Distesa

Tutto era partito dai tuoi occhi, dal taglio dei tuoi occhi.
Due occhi chiari, le ciglia curate, uno sguardo quasi perso nell’infinito della vita, occhi dell’est.

Mi ero perduto nel tuo sguardo che mirava il vuoto e non fissava me.
Ma ero partito da li, dai tuoi occhi per concedermi di poter entrare lungo il tuo campo visivo. Un passaggio obbligato forse per entrare nella tua vita. Non avrei mai pensato che quegli occhi mi avrebbero portato a disegnare, ulteriormente, i lineamenti del tuo corpo. Ora, qui, nudo… disteso sul letto di una camera in penombra; il tuo corpo abbandonato per me, con me.

Sei ora tu nel mio campo visivo a assecondare ogni giorno il piacere che ho nel guardarti. Catturata, trascinata dallo stesso piacere capovolto: il lasciarti guardare da me.
Strano per un fotografo, che dovrebbe mantenere sempre quel pizzico di professionalità e distacco. Ma l’eccitazione è un po’ come la fotografia, devi trovare sempre la giusta distanza, la corretta messa a fuoco, perfezionare l’esposizione, quella sottile sfumatura propria della profondità di campo.

E’ così che mi sento ora, alla giusta distanza dal tuo corpo che indossa gli ultimi indumenti della giornata: il reggiseno di pizzo, la giarrettiera che si abbandona come una corda con la quale poter afferrare ogni singola emozione.

I tuoi slip sono a terra e tracciano l’ultimo sentiero percorso, quello che delinea ogni passo di una inibizione lasciata cadere. Le scarpe invece, astutamente, le indossi ancora; una scelta forse studiata e non lasciata di certo al caso.

Sei timida, è vero, ma adesso sento che hai voglia solo di libertà estrema, solo voglia di lasciarti andare, di eccedere, di sentirti solamente mia, infinitamente mia.

E ora lo sei.

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Desiderio

Qualche volta penso che il desiderio sia un’onda inafferrabile, un transitorio che passa sul corpo finendo per placarsi prima ancora d’essere accolto – perché?

Il tempo vissuto ha modificato molte cose, sono portato a pensare che oggi ci sia certamente un miglior equilibrio emotivo, ma conseguentemente la stessa severità verso le mie impressioni non mi permette di restituire libera esplosione all’impulsività – sarà poi sbagliato?

Oppure è solo questione di tempo scontato, di banalità e di prevedibilità; l’anticipazione delle mosse altrui deruba tutta la sensazione di mistero, di quell’incertezza che affascina, di rischi che mantengono in tensione l’attesa, fattore davvero determinante nel desiderio – sarà questo dunque?

Le persone hanno dimenticato come si desidera, bruciando l’attesa e imponendo da subito avvertimenti risolutivi che possano promettere compimento degli scopi desiderati. Forse esiste proprio l’abitudine dell’arrivare rispetto al piacere di godere del percorso, forse proprio perché il desiderio stesso è vissuto male, con disagio e ansietà… e l’arrivo costituisce proprio la cima che apre lo sguardo verso una sensazione di pace e completezza – ma se il percorso poi è tanto breve e così immediato, il desidero dove potrà mai essere alimentato?

Paradossalmente quella stessa incertezza che a molti crea trepidazione e preoccupazione per me costituisce elemento di fantasia ed aspirazione… di piacere di conquista e dunque di ‘desiderio’.

C’è anche da aggiungere che sono un realista e su questo proprio non posso farci nulla; la realtà per me è concreta, oggettiva… e su questo la mia visione non è quasi mai quella di altre persone. Fatico a farmi incantare dall’illusione, fatico a credere nell’idea rispetto a quanto ho bisogno di vita percepibile, di quella ordinaria che mi ruota attorno in ogni attimo. No, non sono un buon sognatore, né di notte né tanto meno di giorno. Semmai sogno per me è considerabile come ambizione, un proposito di un’idea – sarà dunque tutta colpa del mio lavoro?

Possibile, non lo escudo.

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Imprinting

Sono cresciuto all’interno di un negozio di parrucchiere per signora, viale delle Formaci, Roma. Ricordo le donne in camice rosa, gli odori delle lacche, il rumore del fono e i colori dei bigodini con cui giocavo.

Ricordo quando tiravo loro il grembiule, le voci che chiamavano per il mio nome, al diminutivo… e le clienti che mi sollevavano di peso per sorridermi con quei visi incipriati e manicure appena fatte – stili di inizi anni settanta.
Il mondo femminile mi ha sempre affascinato, trattiene in se tutti i particolari che visivamente mi compiace accogliere.
E’ un mondo accattivante e ne vale sempre il desiderio di esplorarlo – che male c’è?
Lo faccio comunque con distacco, con una separazione emotiva che non sempre viene compresa ed accettata; le pulsioni attrattive di questo universo sull’uomo si fanno pungenti, colgono e mettono in tensione sempre il nervo più libidinoso, diversamente il pieno controllo di un distacco, mi permette di anatomizzare questo universo, cogliendone sfumature, suoni e anche piaceri.

Da adolescente, mia madre trasferì il suo negozio da parrucchiera sotto la nostra abitazione; le sue clienti attraversavano un cortile per recarsi dall’ingresso, pochi passi dal giardino al negozio.

Le conoscevo quasi tutte, erano più di quattrocento, ma nella quantità a me piacevano in particolare quattro.

Entravo di nascosto in negozio verso l’ora di mezzodì, tutti erano in pausa. Consultavo l’agenda degli appuntamenti settimanali per annotare alla mente in quale giorno e a quale ora fossero passate. La signora Saveria, Rita Vespa, Anna e quella che chiamavano ‘la Professoressa, era anche il sopranome riportato settimanalmente in agenda.
In cantina, lungo l’intercapedine umida, una piccola finestra dava sul terreno del cortile e da quel nascondiglio, per il breve tratto di strada, potevo osservare le gambe di queste clienti transitare verso l’ingresso del negozio. Era un percorso breve, cinque forse sei passi prima che una di loro salisse i tre gradini.

Proprio in quell’ultimo istante la posizione poteva essere ancora più ottimale, ma la frazione di secondo era minima. Solo alcune volte sono riuscito a scorgere l’accenno di un ricamo sull’orlo della Professoressa.

Non ricordo quando ho smesso questo rito, forse quando ho iniziato ad avere maggiori possibilità di osservazioni dirette sulle donne.
Ma il ricordo di quel diversivo mi riempie di simpatia, leggerezza e di nostalgia.

Prima fila

Immaginarti a cavallo di un fremito per essere rubata al desiderio di un attimo.
Impossibile regalare altro tempo ai vincoli portati; cerniere, cinture, lacci ben congiunti che non frenano in ogni caso il tuo avanzare sicuro.

A quattro mani sul tavolo ti avvicini combattendo con le aderenze e poi con il pensiero ti ritrovi denudata in un attimo.

Sollevi la gonna, immobilizzandomi con occhi; non hai più riserbo alcuno, svincolata dal riguardo, briosamente sottomessa ai sensi. Un placido sorriso a labbra semiaperte, non dissuadi più lo sguardo altrove intimidito; ora mi fissi, ora mi cerchi, ora mi vuoi.

Vuoi che io ti ammiri, mentre avanzi con le mani lungo le colonne nivee a cavare il lembo della tua biancheria, per calarla gradualmente, senza fretta alcuna.

Ma ad assecondare quel tessuto ricamato, la tua gonna, crolla, come un sipario su un primo atto, senza rivelare l’epilogo smaniato…

E’ così che rivedi il finale a riprova della tua infallibile direzione artistica – ti avvicini nuovamente e in ginocchio, seduta sul mio corpo, innalzi il sipario lentamente, ancora una volta…

…ora sono spettatore in prima fila.

Le scale

Quando ci si appassiona di un desiderio inavvicinabile, le proprie certezze decadono ritrovandosi in una situazione d’indefinito… d’incerto. E così malgrado sia una persona sicura di me, ultimamente, barcollo tra un’apprensione non definita, di cui non ho conoscenza neppure della fine ultima.

Le scale che portano in mansarda sono di noce, i gradini ripidi ed il passaggio è largo solo poco più di settanta centimetri.
Mi precedi con un tacco che fa suonare il legno del primo gradino; al quinto le pieghe plissettate della gonna s’incurvano lasciando margine di veduta all’avvallamento superiore delle tue gambe. Io sono ancora al primo, con i ricami che mi arrivano quasi alla gola.

Non intendo se perdo l’equilibrio per questo, ma inciampo in un gradino di turbamento, la pianta in cuoio della scarpa batte un colpo di caduta, ti allarma in uno scatto tempestivo per esclamare – attenzione! –

Nella stessa istantanea fisso l’attenzione di quel tuo movimento
fulmineo, che trasforma in un’elica il lembo di stoffa plissettata, prendendo il volo in alta quota e svestendo ancora una volta gli estremi della tentazione.

Rimango in ginocchio, non so se ferito fisicamente od emotivamente, ma riconosco tutta la fragilità di questo disequilibrio e di tutte le volte che ho perduto sostegno in una qualsiasi tua manifestazione involontaria, seduttiva.

Rimango in ginocchio, sorreggendomi con una mano sul corrimano e accorgendomi che l’altra mano si è sorretta involontariamente alla tua caviglia, smagliando un poco la tua calza scura.

Una stretta troppo forte di concitazione.

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Distacco

Semplicemente la confusi o forse non la compresi.
In realtà inizialmente non mi interessava chi fosse; poteva essere nobildonna, poteva essere semplice, complessa, santa o emancipata, non mi interessava.

Avrei voluto andare in profondità attraverso la sua caratteristica che dimostrava; non potevo negare le sue peculiarità che la distinguevano da chiunque altra.
Qualcosa mi attraeva e qualcosa mi allontanava, fino a che la forza del distacco non si ampliò fino prendere largo ed abbandonare ogni principio di desiderio.

Successe ancora una volta: un transitorio che passa sul corpo finendo per placarsi prima ancora d’essere accolto; a cosa era dovuto?

Mi ero interrogato per ore, per giorni, per qualche mese ed aspettai anche del tempo per una maggiore lucidità al fine di non concedere pregiudizio alcuno.

La risposta era semplice: non sentivo contraccambiare il mio interesse, ma il senso di trascuratezza e di noncuranza che mi restituiva, rubava ogni mia piccola attenzione nel desiderarla, nel cercarla, nel compiacerla… Lei era volubile e persa tra gli sguardi degli altri, cambiava direzione ed un giorno era con me, un giorno era lontana da me.

La risposta era semplice: ogni piccolo segnale che le inviavo non veniva stretto come messaggio, anche di quelli più evidenti e più chiari, sfumavano senza lasciare traccia…

Non pensavo di essere pretenzioso, e tutto sommato non ho mai creduto di esserlo, ma severo sì, severo lo ero e severo lo sono.

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Emozionarsi ancora

Non sono unicamente i sensi materiali a permetterci di capire che siamo in vita;
è l’emozione la vera percezione ‘complice dell’esistenza’, quella meraviglia che nasce da una sciocchezza e ti sdebita con tutto… è quell’impressione del momento, è la consapevolezza di un presente esclusivo, di un attimo, il sentore di ciò che può divenire eternità.

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Va bene così…

Va bene così… ma mi cade una lacrima.
Va bene così… ma fisso il vuoto.

Va bene così… ma penso:
– dove siamo? –

Va bene così… ma ho un po’ paura.
Va bene così… va bene così…

Va bene così… ma vorresti baciarmi.
Va bene così… ma vorresti svestirti.
Va bene così… ma vorresti ancora amarmi.

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…ma va bene così.

Tre

Passo la dogana senza particolari controlli. L’auto supera tre uomini in divisa.
Finanzieri credo. Di certo oltreconfine non ci conosce nessuno. È lì che abbiamo deciso di incontrarci.

Qualche giorno prima scopriamo dalla data che si tratta del quattordici. Nessuno di noi aveva fatto caso a questa strana coincidenza.

Nel giorno del nostro appuntamento cadono tre mesi esatti dal nostro primo casuale incontro.

Tre mesi – mi ripeto dentro. Eppure mi sembra come fosse una vita. Strana sensazione del tempo quando senti di vivere intensamente qualcosa.

Tre mesi, penso, intanto che metto la freccia per l’autostrada.

Tre, un numero che ancora di più trattiene in sé il suo senso di perfezione, ma poco di sacralità, forse più legato ironicamente alle cantiche poichè mi fai percorrere le vie brevi tra paradiso, purgatorio e inferno; in senso buono s’intende.

Sei il mio peccato, le mie confessioni e di certo è proprio il paradiso quello che tocco con un dito quando ci avviciniamo.

Spengo la radio.

Tre mesi di tentazioni e di desideri. Di incertezze e di conquiste. Di emozioni forti, come quella strana gelosia che mi prendeva e alla quale non sapevo dare senso, ma era così. Una gelosia che poi si è trasformata nel tempo anche ad un senso di eccitazione per una donna che piace, che provoca, che tutti vorrebbero scopare, possedere, ma che alla fine è solo mia.

Tre mesi di intensità, di sentimento. Perchè non avremmo mai potuto limitarci al solo eros. Il pathos, quello che sentiamo dentro, nell’assoluto rispetto per le emozioni che ogni giorno ci regaliamo. Non ci scontriamo mai, né ci facciamo travolgere dell’emotività e questo ci rasserena, ci rassicura a poter eccedere ogni possibile confine.

Entro nel parcheggio del centro commerciale (ma so che non è così che dovrei chiamarlo).

Tre mesi e due vite.

Lontane, diverse. inizialmente dalle sembianze perfette e successivamente, nel nostro confrontarci, nel nostro scavare, abbiamo fatto emergere quello che ci manca di più raggiungendo qualche lato di naturale imperfezione.

Lo avremmo mai scoperto differentemente? Probabilmente no. Non ne avremmo mai parlato a nessuno, con nessuno. La fiducia creata attraverso un percorso fatto di piccoli passi, messi accuratamente l’uno avanti l’altro è qualcosa di unico e irripetibile.

Sono tre mesi tutti di noi.

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Con te

Con te ho imparato il senso dell’attesa, quell’attesa che incentiva il desiderio, che crea importanza per il percorso e non per l’arrivo.
Ho imparato a rassicurarti, a proteggerti, a sconfiggere tutte le tue paure, a sentirti sicura, a sentire di non dovermi perdere mai.

Ho imparato i vuoti che ho dentro, che hai dentro… e come è facile e sorprendente poterli riempire insieme.

Ho imparato ad immaginare più che vedere, a ricercare dettagli sensuali più che esplicitamente troppo concreti.

Ho imparato a farmi travolgere dalle emozioni, del desiderio, ma allo stesso tempo senza mai dimenticare l’importanza di un sentimento.

Ho imparato che le certezze qualche volta cadono e che quelle situazioni che mai avrei pensato capitassero, possono diventare per chiunque realtà.

Ho imparato a comprendere…
…comprendere cosa significava ‘aspettami’, cosa significava ‘rimaniamo amici’, cosa significava ‘dammi tempo’. Ho imparato a desiderarti, a conoscere tutti i tuoi desideri, ho imparato il ruolo che mi davi, ho imparato a rapirti con le fantasie, ad andare oltre… ….oltre quei confini dove nessuno di noi due era andato mai.

Ho imparato a legarti i polsi e slegarti la mente; non per privarti dei movimenti, ma per sottometterti alle sole mie volontà, in quel mistero inesplorato, di abbandono alle numerose incognite della mia fantasia, verso un’obbligata dipendenza delle mie azioni, che piegano spesso le tue tempre, quando ormai vinta dalle mie scelte, senza più resistenze, mi fai osare tutto.

Abbiamo imparato la fiducia che porta a questo senso di abbandono estremo.

…quante cose ancora impareremo….?

 

Ho legato i tuoi polsi
slegato la tua mente
non per privarti dei gesti
ma per sottometterti
alle volontà sole
in quel mistero inesplorato
di abbandono e custodia
alle numerose incognite della fantasia
verso un’obbligata dipendenza delle azioni
che piegano spesso le tue tempre
quando ormai vinta dalle mie scelte
e senza più resistenze
mi fai osare tutto.