Prima fila

Immaginarti a cavallo di un fremito per essere rubata al desiderio di un attimo.
Impossibile regalare altro tempo ai vincoli portati; cerniere, cinture, lacci ben congiunti che non frenano in ogni caso il tuo avanzare sicuro.

A quattro mani sul tavolo ti avvicini combattendo con le aderenze e poi con il pensiero ti ritrovi denudata in un attimo.

Sollevi la gonna, immobilizzandomi con occhi; non hai più riserbo alcuno, svincolata dal riguardo, briosamente sottomessa ai sensi. Un placido sorriso a labbra semiaperte, non dissuadi più lo sguardo altrove intimidito; ora mi fissi, ora mi cerchi, ora mi vuoi.

Vuoi che io ti ammiri, mentre avanzi con le mani lungo le colonne nivee a cavare il lembo della tua biancheria, per calarla gradualmente, senza fretta alcuna.

Ma ad assecondare quel tessuto ricamato, la tua gonna, crolla, come un sipario su un primo atto, senza rivelare l’epilogo smaniato…

E’ così che rivedi il finale a riprova della tua infallibile direzione artistica – ti avvicini nuovamente e in ginocchio, seduta sul mio corpo, innalzi il sipario lentamente, ancora una volta…

…ora sono spettatore in prima fila.

Coniugazioni verbali

Quello sarebbe stato l’unico modo e l’unico tempo.

Niente imperfetto, che già contiene l’errore nel nome.

Non voleva il vincolo di un condizionale o l’ipotesi di un congiuntivo ormai in disuso.

Aveva vietato trapassato remoto e passato prossimo con le loro commemorazioni e i loro rimpianti, bandito l’ansia di un futuro fatto per costruire e l’uso dispotico dell’imperativo.

–La baciò all’indicativo presente, come se dovesse durare per sempre, e quel bacio le restò dentro per l’eternità. –

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Lo specchio

I sogni hanno forza quando sono realizzabili.

Abbiamo sognato ad occhi aperti, riuscendo così a costruire un perfetto copione del nostro incontro clandestino.

Attraverso i sogni abbiamo conosciuto le nostre voglie, i nostri gusti. Abbiamo compreso gli stati d’animo creando così una situazione che potesse essere la più ideale.

Ho messo minuziosamente in fila tutti i miei intenti, quelli che ti ho dichiarato e quelli che ti ho volutamente lasciato nascosti, non per negarti dei desideri, ma per creare quel mistero intrigante e per vederti abbandonata alle mie volontà.

E così, l’ultimo venerdì, ti ho qui in questo luogo segreto e introvabile, nella penombra di questa stanza intima.

Ti ho fatta inginocchiare ancora, ma questa volta sulla flessibile superfice del letto.
Le gambe sono aperte e distanziate lasciando il giusto varco per posizionarmi sotto la tua parte più intima e sensibile.
Sono serrato tra le tue cosce calde.

L’umido della mia lingua si unisce all’umido della tua eccitazione.
Davanti a te ho posizionato astutamente uno specchio che ci inquadra; ti ho volutamente spinta nella sceneggiatura di questo atto – so che ti imbarazza, ma mi piace spingerti oltre.
I minuti passano tra i movimenti audaci.
Ora non tieni più tutte le emozioni che ti scorrono addosso: l’eccitazione, il piacere dei miei innesti che ti scavano tra le gambe, il tremore dei brividi sulle ginocchia, il pudore di vederti così discinta e l’eccitazione di sentirti così porca.

A tratti abbassi lo sguardo e a tratti ti guardi allo specchio, per comprendere quanto stai bene, quanto sei bella;
…e anche quanto ti voglio e quanto sei mia.

Con te

Con te ho imparato il senso dell’attesa, quell’attesa che incentiva il desiderio, che crea importanza per il percorso e non per l’arrivo.
Ho imparato a rassicurarti, a proteggerti, a sconfiggere tutte le tue paure, a sentirti sicura, a sentire di non dovermi perdere mai.

Ho imparato i vuoti che ho dentro, che hai dentro… e come è facile e sorprendente poterli riempire insieme.

Ho imparato ad immaginare più che vedere, a ricercare dettagli sensuali più che esplicitamente troppo concreti.

Ho imparato a farmi travolgere dalle emozioni, del desiderio, ma allo stesso tempo senza mai dimenticare l’importanza di un sentimento.

Ho imparato che le certezze qualche volta cadono e che quelle situazioni che mai avrei pensato capitassero, possono diventare per chiunque realtà.

Ho imparato a comprendere…
…comprendere cosa significava ‘aspettami’, cosa significava ‘rimaniamo amici’, cosa significava ‘dammi tempo’. Ho imparato a desiderarti, a conoscere tutti i tuoi desideri, ho imparato il ruolo che mi davi, ho imparato a rapirti con le fantasie, ad andare oltre… ….oltre quei confini dove nessuno di noi due era andato mai.

Ho imparato a legarti i polsi e slegarti la mente; non per privarti dei movimenti, ma per sottometterti alle sole mie volontà, in quel mistero inesplorato, di abbandono alle numerose incognite della mia fantasia, verso un’obbligata dipendenza delle mie azioni, che piegano spesso le tue tempre, quando ormai vinta dalle mie scelte, senza più resistenze, mi fai osare tutto.

Abbiamo imparato la fiducia che porta a questo senso di abbandono estremo.

…quante cose ancora impareremo….?

 

Ho legato i tuoi polsi
slegato la tua mente
non per privarti dei gesti
ma per sottometterti
alle volontà sole
in quel mistero inesplorato
di abbandono e custodia
alle numerose incognite della fantasia
verso un’obbligata dipendenza delle azioni
che piegano spesso le tue tempre
quando ormai vinta dalle mie scelte
e senza più resistenze
mi fai osare tutto.

Il castigo

Non ti avevo mai vista alla guida.

C’eri tu in quel momento al posto di chi conduce, le mani strette sul volante della tua macchina nuova.

La strada aveva qualche disconnessione di carreggiata a tratti per colpa dello sterrato, altre volte causa dei dossi spuntati dalle radici. Dei grandissimi pini secolari ci accompagnavano sull’orlo del tragitto.

La campagna si apriva verso un’area incontaminata naturale e si riempiva di colori in fiore. L’orizzonte si univa alla distesa di un prato verde. Il tuo maneggio abituale distava ancora pochi chilometri; eri solita trascorrere qualche pomeriggio con il tuo cavallo.

L’abbigliamento che indossavi era tipico dell’occasione a differenza mia che ero solo un visitatore curioso delle tue passioni. La tua camicia era bianca e aderente; aveva un colletto orientale alto che tu lasciavi sbottonato fino alla quarta asola. Eri solita e abituata a fare così, dicevi che il tuo décolleté era una delle tue parti migliori e su questo fatto, più di una volta, il mio sguardo interessato e affascinato te ne aveva data piena certezza. Il cotone era di un candido ancora più bianco alla luce primaverile; aderiva ad ogni tua forma rafforzandola voluminosamente.

Sopra portavi una giacca di velluto blu sbottonata per guidare più comoda. Il pantalone colore fango attaccava perfettamente ad ogni tua piega. Aveva il rinforzo interno demarcato da delle cuciture che tratteggiavano la particolarità dello stile. In parte il pantalone veniva coperto da dei stivali di pelle alti fino al ginocchio. Quel tuo abbigliamento ti faceva molto più risoluta del solito e metteva forse troppa evidenza di rigore verso ciò che disapprovavi:

– Non dovresti scrivermi di notte soprattutto se sei stanco di giornata! –

– Beh scusami, ma stanotte avevo un’ora in più da recuperare per via del cambio d’orario legale –

– Rischi poi di addormentarti nel momento in cui dovresti essere più sveglio, a quel punto mi arrabbierei davvero – mentre mi pronunciavi queste parole imboccavi la stradina d’ingresso del ranch facendo sobbalzare l’auto da una cunetta.

– e se poi ti arrabbi che fa? – te lo dicevo con intenzione di sfida pur non comprendendo se effettivamente in quel momento fossi alterata davvero o se stessi solo scherzando con indifferenza.

Per un attimo rimanevi in silenzio. Il mio sguardo rivolgeva verso il tuo per nulla condizionato dal mio e attento nell’ultima manovra. La mia insolenza unita anche forse ad un maliziosa provocazione non trovava sosta: – quindi? Se ti arrabbi che fai? –

Improvvisamente frenavi di colpo parcheggiando l’auto. Per il terreno sconnesso le ruote presero a slittare sull’ultimo metro. Un polverone di coda si alzava dietro i nostri retrovisori.

Ora eri tu a cercare il mio sguardo allarmato dalla frenata; ti voltavi verso di me con una risposta secca e coraggiosa:

– ti metterò in castigo, chiaro? –

Lo riferivi tra il serioso e un leggero ghigno di sorriso che non lasciava intendere cosa stavi mai tramando nella mente. Lo stavi dicendo con ironia? E se fosse un rimprovero o un’intimazione? Deformazione professionale pensavo, da maestra, ma allo stesso tempo iniziai a valutare, in maniera del tutto sciocco e inappropriato, un intento malizioso della ipotetica penitenza.

– beh allora dipende tutto dal castigo – provavo a risponderle con chiara istigazione.

Dopo essere scesa la tua portiera si chiudeva bruscamente; che ti fossi innervosita sul serio? Ragionavo dentro di me rispetto a quanto poco ti conoscevo.

Io uscivo più prudentemente e cautamente mi avvicinavo a te seguendoti, mentre ti ridirigevi verso la scuderia. Il tuo passo era sostenuto, gli stivali battevano a terra con vigore.

Non cercavo di raggiungerti, ti tenevo a due metri. Un po’ perché non avevo ancora intuito lo stato d’animo della tua conversazione, un po’ perché quel pantalone da fantino ti stava magnificamente indosso e non volevo di certo perdermi il movimento dei fianchi che ondulavano poco sotto la giacca.

– mi stai guardando il culo? –

– Cosa? – rispondevo quasi incredulo perché forse era la prima volta che ti rivolgevi così a me.

– mi sembra che tu abbia bisogno di una lezione –

Poco dopo eravamo nella scuderia.
Il profumo del fieno era inebriante; il suono del respiro vivo dei cavalli interrompeva a tratti il silenzio. La fila dei box ai lati rimanevano taluni aperti e altri chiusi. Lo zoccolo dei tuoi stivali risuonava lungo il corridoio andando a sfumare rispetto al mio passo. Ti avevo per un attimo perduta nel momento che arretravo per scorgere meglio i cavalli. Alcuni erano bianchi, bruni… altri neri. Non mi ero mai interessato a questo mondo e non conoscevo affatto nulla di tutto ciò.

E’ avvenuto verso la metà del corridoio, in un istante nel quale ero affacciato ad uno scomparto vuoto, che improvvisamente avvertivo una energica frustata sui glutei. Nel momento che mi sono girato ti ho vista con il tuo frustino in mano stretto dai guanti neri.

– ma che fai? Ma sei pazza? Mi hai fatto male! –

Nel vederti così non pensavo altro che indietreggiare mentre tu all’opposto venivi avanti, sempre più, pressandomi volontariamente verso l’interno del box e chiudendoti così alle spalle l’unico varco di uscita.

– ma che fai? Ma sei impazzita? –

– te l’ho detto, mi sembra che tu abbia bisogno proprio di essere ben educato –

Nei pochi passi che mi rimanevano per addossarmi ad un angolo, agitavi la frusta davanti a me, lanciandomi qualche colpetto sulle gambe e sulle braccia, ma erano più leggere rispetto alla prima per la quale ero ancora indolenzito. In quel momento mi accorgevo che avevi anche un sottile sogghigno sulle labbra, un dettaglio che mi rassicurava su una volontà meno dolente rispetto a quanto sembravi asserire inizialmente.
Allo stesso tempo, oltre ad agitare il frustino, mi accorgevo che con una mano facevi saltare ulteriormente qualche altro bottone della tua camicetta scoprendo ancora di più la fenditura di pelle tra i due seni che si spalancava senza nulla indosso. I capezzoli rimaneva invece coperti sotto il cotone e nella penombra si poteva scorgere visibilmente la punta del loro fermento.

Arrivato in fondo alla stanza, l’ombra si faceva più fitta e lasciava alludere a quel lato d’oscurità che oltre ad essere caratteristica di quel frangente, lo era anche in corrispondenza alle nostre personalità e ai nostri intenti.

Con le spalle ormai al muro facevi l’ultimo passo verso me con il tuo corpo quasi pungendomi con i tuoi capezzoli a punta. Alzavi la frusta con l’estremità del cuoio portando la linguetta sotto il mio mento. Con quel fare ancora sinistro e risoluto avvicinavi il viso a pochi centimetri da me. Gli occhi erano affamati.

In quel momento capivo che c’era una sola volontà e in pochissimo tempo il silenzio fu rotto dal tuo ultimo invito: – sei pronto per la penitenza? –

 

 

Stamattina

Il rumore di uno scatto fotografico suona alle mie spalle. Rompe il silenzio della mattina, impressiona questa immagine di me ormai in piedi alla finestra dopo una notte di sesso.
Ti sei tolta la maschera da notte che ho voluto portassi. La mia schiena è la prima immagine di me che vedi visto che è il nostro primo incontro e ho voluto fosse così: al buio per te, ma io volevo vederci benissimo e comandare.
La notte è passata portandoci fino all’alba senza tregua, rimandando tutte le ore del sonno.
Per ore ti ho tenuta in quel letto disfatto che ora porta tutti i segni dei tuoi ripetuti amplessi.
Ora anche tu puoi guardare l’uomo che ti ha fatto questo.
Ti alzi trascinandoti il lenzuolo come una tunica, perché indosso ti ho tolto ogni cosa.
Ti avvicini a me che rimango immobile, non mi volto per non darti ancora questo vantaggio.
Tocchi con una mano la schiena che hai un attimo prima immortalato. Poi prendi il lenzuolo che hai indosso e lo avvolgi intorno a me, come un abbraccio di spalle, appoggiando la tua testa sulla mia schiena.
Ti chiedo se stai bene, con un tono di rassicurazione, il mio tono abituale, un tono diverso rispetto all’intransigenza che ho avuto durante la notte.
Sì sto bene – mi rispondi, inizi a baciarmi sul collo nell’intermezzo di un’altra conferma – sto bene – ripeti.
Le tue mani sfiorano il mio petto, si allungano in un abbraccio e carezze calme. Nei movimenti continui a trascinarti il lembo delle lenzuola che faticano a starci addosso, un lato cade liberando una tua e una mia tua spalla.
Le mani scendono e mentre lo fanno i movimenti diventano sempre più risoluti. In alcuni tratti le tue unghie graffiano delicatamente il mio sterno, il mio ventre…
Il tuo seno si schiaccia sulla mia schiena e avverto le punte della tua eccitazione.
Ti accompagni con dei baci lenti. Chiudo gli occhi vivendoti come un’onda. Le tue mani iniziano a varcare la cinta del jeans manovrando e facendo saltare il primo bottone.
Le tue mani si infilano nei pantaloni non trovando altri indumenti ostativi. I Jeans si reggono ancora precariamente sui fianchi, le tue mani sono entrate entrambe; la sinistra crea astutamente il varco l’altra afferra il membro.
Lo riconosci, è lui. Lo riconosci dopo aver preso confidenza nella notte. Lo hai preso, desiderato, avuto e sentito ovunque… ovunque…
Lo afferri come per ristabilire la tua proprietá.
É già pronto, ingrossato dai tuoi graffi e dalle tue carezze introduttive. Lo prendi con una mano e inizi a compiacermi con dei movimenti che in poco tempo lo portano a indurirsi e a ingrossarsi fino alla sua massima estensione. Le venature si evidenziano sulla pelle mentre i tuoi movimenti decisi si alternano di direzione, in avanti e in indietro.
Mi afferro a te, ai tuoi fianchi legandoti a me completamente. In quell’unione il mio e il tuo corpo sembrano un tutt’uno, sembra che il mio sesso sia diventato davvero tuo e lo dimeni con sicurezza come farebbe un uomo.
Mi sorreggo perché ne ho bisogno, le gambe mi tremano mentre tu continui a infliggere colpi, affondi e in quegli affondi la pelle di dilata come una guaina liberando la carne. La tua mano difficilmente lo contiene, ogni tanto.devi riprendere l’impugnatura. Il lenzuolo cade del tutto e anche i miei jeans ormai sono scesi alle natiche.
Nei movimenti ti spingi e ti strofini a me cercando il contatto fisico, sento che mi vuoi, ma non vuoi interromperti da questo lavoro.
La tua mano, quella sognata, quella vista mille volte in una foto, quella desiderata è ora qui con me e non si ferma. I secondi mi sembrano attimi infiniti di piacere, non si arresta e io rimango immobile conoscendo già le tue intenzioni e so bene quando solo tu deciderai di fermarti.

Innocenti evasioni

– Ho fatto una foto stamattina, posso madartela?
Ma non voglio che pensi che mi sono data alle foto hard – 

– Credo che tu abbia davvero un’idea
molto approssimativa di cosa signifca hardcore. –

– probabilmente no, non ne ho idea. –

– Beh poi te lo spiego, oppure vediamo un film hard assieme. –

 – potremmo farlo per passatempo. – 

– Sai che poi potremmo finire per trovare diversi spunti? –

– …e peché no? –

 

Con te ogni cosa diventa quasi straordinaria, nulla è più scontato, tutto assume un valore più nobile, anche ciò che fuori dal nostro contesto può risultare volgare.
Tra noi si conquista tutto in un intrigo speciale.
Non ci scandalizziamo, non perdiamo moralità, ci viviamo mantenedo un piacevole pudore, ci concederemo a tutto superando ogni limite.

L’evasione non è banalità… è qualcosa di assolutamente unica, con te è irripetibile…
la trasgressione è raffinata ed è così elegante.

 

Il desiderio che traspare

Non era chiara quale fosse stata la premessa o il preambolo per questo appuntamento.

Credo che non aveva poi così importanza ricordare cosa avesse portato in quel preciso giorno a dirigerci verso quella meta d’oltre confine.

Riguardo la situazione, avevamo parlato a lungo durante tutto il tragitto in auto, non trovando alcuna soluzione che potesse andarci bene ad entrambi. Rimanere o perderci?

– Io e te possiamo essere solo amici ed è già tanto, ci consentirebbe di poter esserci l’uno per l’altro – affermavi con severità.

– non mi dai altre alternative? –

– L’alternativa è chiudere tutto, qui, subito. –

Ero andato troppo oltre, avevi ragione. Come si usa comunemente dire in queste situazioni: avevo fatto tutto da solo. Ero caduto nell’errore di considerare con troppa leggerezza quello che ci stava accedendo. Eppure sulla frase che asseriva con parole alquanto tangibili la cruda verità, mi ritraevo indietro rispetto ai sentimenti e alle emozioni che avevo fino ad ora speso per te.

Mi sottolineavi con attenzione parole come: – peccato – lealtà – fedeltà – la tua famiglia – la mia famiglia – cosa potremmo mai essere? – cosa finiremo per diventare? – quando potremmo mai vederci – dove? Come? – e il figlio che stai cercando? – diventeremo come gli altri? –

Termini che mi sembravano scorressero lungo la linea tratteggiata dell’autostrada frenando l’automobile in movimento. Tutte parole che portavano verso la tangibilità, l’oggettività, la razionalità. Tutto quello che avevo eluso fino ad ora, ingannando i ‘se’, i tanti ‘perché’ e qualche ‘ma’ di troppo.

L’albergo era tra i più lussuosi, sicuramente ti eri servita di qualche telefonata delle tue, sfruttando uno dei tuoi principali privilegi: la notorietà sul campo.

La mia camera non era pronta al nostro arrivo a differenza della tua per la quale ti veniva consegnato il pass. Per me c’era da attendere la tarda mattinata.

Avevi prenotato per due singole. Quel gesto evidenziava ancor di più le tue intenzioni nel prendere le distanze con me. Distanze che più che fisiche erano apprensive e sentimentali. Confini che ora disconoscevano qualsiasi fossero state le tue smanie passate nei miei confronti. Desideri cercati, dichiarati, sui quali io non riuscivo a distrarre l’idea di viverli.

– Intanto che ti preparano la camera, invece di aspettare nella hall, sali con me in stanza? – mi proponevi con un gesto carino che non poteva lasciare interpretazione ad intenzioni diverse, di conseguenza, accettavo con piacere.

Avevo preso i miei e i tuoi bagagli, stranamente pochi, ma del resto il tempo era davvero limitato per quel periodo.

L’ascensore dorato si chiudeva dietro di noi portandoci al piano più alto, quello delle suite.

Il movimento era comodo e quasi impercettibile nella sua veloce salita. Anche i miei occhi salivano su di te allo stesso modo, lenti e impercettibili. Ti fissavo dal riflesso dello specchio, partendo dal basso, salendo piano lungo i dettagli della tua forma, ti studiavo, mentre tu fissavi il menù del pranzo. Indossavi dei pantaloni di lino beige su una camicia bianca con alcuni dei primi bottoni aperti che lasciavano intravedere il tuo sensuale decolté. Su quell’apertura, mi ci perdevo sempre ogni volta, forse perché ero troppo stregato e forse perché ero molto soprappensiero. Turbato da quanto ci eravamo ripromessi, cercando di assimilare la sensazione e l’accettazione del distacco, che sentivo interiormente rifiutare e starmi stretto.

Amici – pensavo dentro me – cosa significava amici?

Solo la tua voce riusciva a distogliermi richiamando la mia attenzione ormai persa a lungo sulla piega del tuo seno.

– Sono stanca dal viaggio, non vedo l’ora di buttarmi sotto la doccia e rigenerarmi –

Il mio silenzio continuava incessante. Non mi domandavi neppure perché non parlavo più, credevo intuissi da la mia confusione mentale. La tua non la davi a vedere, ti difendevi come al solito, ma eri anche tu sconvolta allo stesso modo.

Quando hai aperto la porta, ti sei prontamente fatta strada nell’ambiente. La giacca che poco prima indossavi cadeva al centro del letto. Sui pochi passi avevi lasciato la scarpa sinistra e poco dopo, saltellando sul piede nudo, la destra afferrando il tacco con una mano. Il letto doveva avere una misura maxi, mi sembrava più grande del solito. Il lampadario al soffitto era di cristallo e rispecchiava la luce delle imposte sulla parete come infrangendo diamanti di alcuni colori attorno a noi. La stanza richiamava molti tratti di blue – il tuo tono preferito – consideravo.

Lasciavo la porta alle mie spalle per cercare un punto dove potermi accomodare, notavo che la doccia era di quelle a pareti, centrale nella stanza, separata dal resto del bagno. Era certamente scenografica e di grande effetto, ma non ti avrebbe restituito mai il relax che cercavi, conseguenza del fatto che fossi anche io nella stanza con te e soprattutto essendo bene a conoscenza della tua timidezza e riservatezza.

Anche tu in quel preciso momento te ne accorgevi; avevi un’espressione tra il dissenso e lo stupore. Mi rivolgevi così uno sguardo meravigliato che anche se vuoto di parole voleva intendere una cosa sola: – e adesso? –

– Dai scendo giù e aspetto che mi assegnino le chiavi per la camera, così tu puoi rilassarti e io inizio a prendere coscienza della situazione –

– Quale situazione? –

– Che siamo solo amici. Che tutto ci è negato. Che non abbiamo alternative. –

Lo dicevo con una voce rassegnata e tremante e un’espressione che riusciva a trasferirti tutto il mio stato di sconforto. L’avevo capito dal fatto che poco dopo ti avvicinavi a me lentamente per alzarmi il viso con una carezza, quello sguardo che ormai era rivolto verso il basso, un poco perso nel niente.

– Guardami, negli occhi, non fare così… tu sei importante per me –

– Lo sei anche tu, ma tu hai scelto, per me, per noi… forse era meglio non scegliere… –

– Che significa non scegliere? Rimanere in un limbo di privazioni? Non lo so, so solo che sono molto confusa, per tante cose e lo sai… –

Ti ho guardata negli occhi, intensamente. Uno di quegli sguardi che eravamo abituati fare, quelli che parlavano soli nel silenzio, in un dialogo dell’anima che intendevamo bene.

Ogni tanto i tuoi occhi si abbassavano un poco per guardare le mie labbra semiaperte. Con i miei occhi facevo ugualmente.

In quel momento di desiderio, compromettente, ingannavamo entrambi ogni altra possibilità anelata. Viravamo coscientemente in un abbraccio che sapeva di così tanta innocenza. Eravamo immobili, presi da quella stretta dove per un attimo ci sentivamo noi, i noi di sempre, i noi amanti, i complici e realmente poco amici.

Recuperate nuovamente le distanze, confermavo che sarei sceso lasciandoti nella tua privacy. Ti conoscevo e avresti avuto qualche imbarazzo forse anche con tuo marito a farti la doccia nuda davanti ai suoi occhi, figuriamoci ora che ero presente io.

– Sai che faccio? Non mi tolgo la camicia… faccio la doccia con la camicia indosso, ma tu rimani, non lasciarmi sola. – Davvero in modo inaspettato mi chiedevi così di rimanere?

Non so come ti è venuta in mente quell’idea, ma ho voluto assecondarla perché comprendevo che ti avrebbe fatto piacere che fossi lì a tenerti un poco di compagnia in un momento senz’altro di sconforto. Volevi rimanessi ancora un po’ in bilico a quella sensazione non definita, non risolta, dove era in dubbio capire cosa noi potevamo essere ancora.

– Sarà come fare una doccia al mare… – trascuravi con leggerezza.

Ti dirigevi verso la doccia aprendo il getto d’acqua bollente che in pochi minuti rilasciava uno strato di condensa su tutta la parete in vetro. Nel frattempo sfilavi lentamente i pantaloni di lino e le calze scure rimanendo con il cotone bianco della camicia che copriva leggermente la brasiliana.

Ti muovevi nei tuoi gesti lenti, pieni di finezza e non curante della mia presenza. Probabilmente per assicurarti di fare tutto in modo spontaneo. Ti eri imposta nella mente di essere sola in camera, un’astuta estromissione mentale che invece mi concedeva di sentirmi unito a te in quei minuti di intimità e purezza.

Io ero comodo sulla poltrona che dava fronte alla lastra ricoperta di vapore.

Nell’istante che entravi in doccia, la breve visione spoglia del tuo corpo scompariva come tutto il resto.

Il tuo fisico si mostrava solo come un’ombra sensuale e stilizzata oltre il vetro. L’esalazione componeva un acquerello ritratto sulle tue linee e sugli indumenti sfumati nel bianco. Le tinte lasciavano immaginare le tue forme e i tuoi movimenti puri, annebbiando tutto il resto del dettaglio.

Nei primi minuti l’immagine di te era somigliante ad un’opera d’arte da contemplare con piacere e alla giusta distanza. Le linee sfumavano dal bianco al rosa, aprendo sfere sfumate in acqua. Le pennellate astratte e casuali cambiavano rispetto a nuove colate sul tessuto che sembravano fossero di colore chiaroscuro.

Successivamente passavi la tua mano sul vetro per lasciare uno spiraglio di visibilità. Aprivi così una piccola finestra di dettaglio sul tuo viso che potevo osservare. Da quel cerchio nitido tu potevi intravedere me ancora seduto e distante; notavo che mi sorridevi maliziosamente e mi ricercavi con lo sguardo.

Sono bastati pochi altri secondi per riannebbiare lo spiraglio concesso, uno spiraglio che aveva acceso in me il desiderio acceso di avvicinarmi. Abbandonavo dietro me la poltrona da spettatore per avvicinarmi al vetro che ci univa e ci disuniva allo stesso tempo.

Ero io ora che provavo a scostare il vapore dal vetro, ma con insuccesso poiché il velo rimaneva interno dal tuo lato. Tuttavia il movimento della mia mano aveva richiamato la tua attenzione.

Tu stessa per effetto riproponevi il medesimo movimento, probabilmente con la voglia di inseguire il mio palmo che si muoveva sul cristallo, oppure per permettere di riaprire un nuovo varco dove potevamo guardarci negli occhi ancora per un po’.

Mi accorgevo inoltre che qualsiasi direzione potesse prendere la mia mano, tu continuavi a seguirla con la tua scoprendo così nuove parti di te distinguibili oltre il vetro. Mi sembrava seguissi i movimenti come uno specchio.

Di questo gioco voluto o casuale, io mi sentivo quasi in dovere di approfittarne. Non era forse un’opportunità concessa?

Nei miei e nei tuoi movimenti ondulatori che seguirono, liberavo interamente il tuo viso in modo da poterti guardare negli occhi intensamente.

Il vetro ci separava. Ci slegava e ci univa. Ci rassicurava rispetto a quanto stavamo facendo, tutto diventava eccezionalmente puro, corretto e lecito.

Proseguivo a scendere scoprendo nuove parti del tuo corpo, come se stessi togliendoti un abito di fumo. Scendevo lungo il collo mentre ti lasciavi un movimento all’indietro con la testa, come se in quell’istante stessi percependo la mia mano che scorreva sulla pelle.

Anche l’altra mano, la sinistra, l’appoggiavo per ricercare un sostegno. Simmetricamente tu posavi la destra alla stessa speculare altezza. La mia fede liberava un suono sul vetro attutito subito dallo scroscio dell’acqua.

Con l’altra mano mi calavo all’altezza del tuo seno, il sinistro.

Il dettaglio rimaneva coperto dal tessuto bianco attaccato al petto come una resina trasparente. Si potevano vedere sia le diverse sfumature della pelle, da quelle più chiare a quella più scura del capezzolo, sia l’altezza della punta che spiccava trafiggendo di eccitazione.

Continuavo a muovere la mano, fremevo, come se volessi cercare un contattato con quella parte del tuo corpo. Lo capivi e contraevi così quei venti centimetri che separavano il corpo dal vetro. Teneramente appoggiavi il tuo seno all’altezza della mia mano illudendo il tocco. Il poggiarsi del tessuto con il cristallo metteva ancora di più in evidenza tutti i particolati.

Mi sembrava di morire in un gioco tra piacere e impazienza. Tra l’averti così vicina e il non poterti toccare. Sapevamo entrambi che potevamo varcare in un attimo quel vetro, ma con l’effetto di sentire quel senso di immoralità con noi stessi, con le nostre scelte di vita. Sapevamo che non potevamo permettercelo. Allo stesso tempo rimanevamo così stupidamente incoscienti rispetto a quanto il confine del proibito fosse già stato abbondantemente superato dalle nostre azioni.

Palpavo con la mia mano come mimando il gesto e seminando impronte indefinite sul vetro. Tu continuavi a spingere il tuo seno morbosamente sul mio palmo aiutandoti nel movimento con la tua mano. Sorreggevi e stringevi la massa ridirigendola emettendo un suono scivoloso. Nei movimenti la camicetta si scostava liberando tutto il tuo nudo ardore.

Ti addossavi con tutto il corpo sulla lastra completamente in balia del desiderio. Avresti dato tutto per sostituire il contatto astratto con il mio corpo.

Preso dallo stesso trasporto, mi abbassavo con il viso e con la bocca simulando un bacio intenso sulla punta del capezzolo. Tu prendevi ancora di più a dimenarti come se il movimento potesse sciogliere quella voglia che non contenevi più. Il delirio scorreva nelle vene come l’acqua sul tuo corpo.

La mia lingua leccava il vetro caldo, umidiva la lastra dove rimaneva schiacciato il seno da tutto lo spasimo. Continuavi a premerlo su di me, sulla mia lingua guardandomi fisso con gli occhi e in altri istanti li chiudevi per smarrirti nel piacere.

Tutto il corpo poggiava a tratti sul bagnato. La stoffa si colorava di rosa sulla pelle bagnata. Gli sguardi si rimiravano.

Ti piaceva che ti guardassi e mi piaceva guardare ogni dettaglio.

Poco dopo, non sapevo più che direzione prendere.

Se scendere ancora, calandomi e lasciandomi andare più giù, abbandonandomi nel desiderio, protetto da quel vetro di separazione che in qualche modo tutelava tutte le nostre intenzioni.

Non sapevo se fermarmi, razionalmente tornare al mio posto su quella poltrona distante, tornare alla mia vita di tutti i giorni, giusta e privata di molto, tornare ad essere amici.

Non sapevo… se varcare il limite. Entrare nella doccia con te per perdermi in un abbraccio interminabile, una stretta sotto la pioggia scrosciante che sapesse solo di infinito, che sapesse solo di amore.

Quello che era stato poi, è oggi un mistero che nessuno potrà conoscere mai.

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La barba

…improvvisamente mi sveglio…

…non è una di quelle scene nel sonno che di soprassalto uno si sveglia da un sogno, no… è esattamente il contrario; io mi sveglio – mi sveglio dal quotidiano all’interno di un sogno.

Sono in una casa che non riconosco, ma è come se l’orientamento l’avessi nella memoria e in breve lasso di tempo recupero qulla sensazione di cognizione e appartenenza propria del sogno.

Tutto l’ambiente diventa così familiare e nostro.
Nostro nel senso di mio e suo, perché so già che lei è qui, nelle stanze, nel mio sogno.

Mi sveglio dicevo e sono in un letto, somiglia al risveglio di una qualsiasi mattina di domenica.
La luce passa tra le finestre di questa stanza shabby, bianca, con le tende che fanno un leggero movimento mosse da un’aria impalpabile.

C’è un tiepido clima che sembra voler preannunciare la conclusione di una stagione fredda e l’apertura della prossima primaverile. E’ tutto in penombra, si sente il rumore di una lavatrice nel mio dormiveglia e l’acuta interpretazione di una musica di James Last.

Mi alzo e mi avvio verso il bagno. Il corridoio è illuminato dalle finestre laterali. Alle pareti quadri riprendono dettagli di lei – fotografie in bianco e nero dei suoi capelli, dei suoi occhi… dei suoi fianchi… delle sue gambe – che li abbia scattati io?

Ho i piedi scalzi, il pavimento è freddo. La camicia del pigiama ha i bottoni aperti… l’aria mattutina che soffia nel corridoio mi risveglia come beccandomi il petto.

Arrivo allo specchio e mi guardo la barba incolta – so che a lei non piace.
Prendo il rasoio e cerco il barattolo di sapone Panama.

Sul mobile non c’è.

Controllo nella pochette che utilizzo per i viaggi, che l’avessi lasciata a Mestre?

Non c’è.

Poi mi accorgo che anche il pennello da barba non è al suo posto e ricordo benissimo di averlo visto la sera precedente. Mi riavvio verso il corridoio per andare nel bagno di Rebecca.

Oltre la porta a vetro piombato si nota il muoversi delle sue ombre corporee; busso delicatamente e le parlo dall’uscio sottile:

– hai visto per caso il mio sapone e pennello da barba? –
– Li ho presi io… vieni, entra pure… –

Si lascia così sorprendere in accappatoio con le creme aperte sullo sgabello il legno, un piede si sorregge sulla vasca mente le mani massaggiano la parte superiore della gamba, come se tutto fosse naturale come sempre.
– Guarda è li, te li ho presi in prestito stamattina, non potevo svegliarti… dormivi così bene: Buongiorno! – lo dice con un sorriso ed un timbro di rimprovero per il mio solito difetto: irruzione senza prima aver la gentile educazione di salutare.

Il pennello è bagnato e il barattolo ha un residuo di schiuma bianca sulla scritta.
– ma da quando in qua ti fai la barba? – Le dico con un ironico timbro su un risolino accennato, ma non riuscendo bene a comprendere perché non avesse utilizzato la sua ceretta abituale.

– da stamattina… erano folti e li ho tagliati tutti… – mi risponde.
– ma non usi la ceretta? –
Mi guarda e poi scoppia a ridere – sai che dolore…!

Ride, ma io non capisco.
Dopo le risa, chiude il coperchio della crema aprendo invece qualche altra lozione oleosa. Abbassa la gamba destra trattenuta fino in quel momento variando sulla sinistra che si alza a raggiungere l’orlo della vasca da bagno.

In quel preciso istante l’accappatoio si apre leggermente sull’inguine scoprendo il triangolo nudo e latteo di contrasto con l’abbronzatura.Improvvisamente riesco a ricollegare tutto; l’inguine non ha può alcun pelo, è nitido, pallido, mostra distintamente la fenditura rosa, carnosa.

Poi improvvisamente Rebecca si alza dando una stretta alla cinta di spugna. Distolgo lo sguardo imbarazzato per il tempo in cui sono rimasto intontito.

Si avvicina… abbracciandomi da prima sul collo e poi toccando il dito la mia barba.

– Ora vai a toglierti questa barba così trascurata e comunque grazie! Non ti dispiace se lo prenderò in prestito ancora vero? E’ un’ottima schiuma e poi il pennello massaggia divinamente bene… –

Esce verso la casa… mentre io rimango imbambocciato e con il solito senso di assoluto disagio, con il pennello ed un barattolo in mano.

Equilibristi

E’ un crocevia di sensi

questo equilibrio costante

di sentimento e sensualità.

Il tenerti sul mio petto

compiacerti tra le leghe dei tuoi capelli mossi

questi cuori che sussultano

anche dentro corpi distesi in ozio.

L’essere avvinghiato tra le tue gambe

e sentirne il calore, il liquido di desiderio

questi cuori che non reggono d’emozione

Questi occhi chiusi nell’amplesso.

E unirsi lasciandosi dominare dagli istinti

quando ti afferro per i capelli

e mi senti ovunque

quando vuoi che sia tuo

e non mi lasci respiro per tornare ad essere mio.