André

Andrea non lo vedevo da quattro anni.

Attraverso i traslochi ho sempre custodito il suo scatolone di videocassette sul corso di chitarra; lui è un musicista, io ho sempre cercato di mettere insieme qualche nota.

Trovo finalmente l’occasione di sentirlo, proponendo lui di rivederci e restituirgli quanto prestato. Mi dà un nuovo indirizzo; si è spostato da un anno in una nuova zona del pavese. Decido di raggiungerlo.

Parcheggio su una piazzetta tra case nuove e case della vecchia Pavia. Andrea mi viene incontro alla portiera. Lasciamo lo scatolone nel porta bagagli e ci avviamo verso un ristorante che si chiama “Bella lì”

Andrea mi presenta la sua nuova fidanzata: Nella, che deriva da Antonella. E’ sempre stato taciturno Andrea, Nella è il suo opposto.

Vengo pertanto a sapere quanto accaduto ad Andrea negli ultimi quattro anni da Nella; Andrea si limita ad annuire con il viso, lanciando qualche espressione con gli occhi che talune volte mirano verso di me e Nella, altre volte questi si alzano distratti sopra di noi in direzione dello schermo che trasmette una replica di qualche mondiale di calcio.

Ha conosciuto Nella in protezione civile, ma da due anni lei non va più in protezione per problemi ad un menisco; mi accorgo difatti che Nella vacilla un pochino mentre cammina, in compenso fa ora l’infermiera in ortopedia al policlinico – strana ambiguità. Andrea è già il secondo anno di cassa integrazione, ha dovuto lasciare la casa, facendosi aiutare da suo zio che ha offerto loro un piccolo bilocale in questo borgo dimenticato.

– Qui sto bene, ho ritrovato tutti i miei amici d’infanzia… arriva un momento nella tua vita che hai voglia di tornare alle origini, e costruire una stabilità – Mi confida, pertinente all’istante in cui mi sto rendendo conto che la pizzeria è luogo d’incontro per l’intero quartiere, ha un aspetto alla buona, ogni persona che ne fa ingresso viene salutata da altri… si conoscono tutti. La mia vita è diversa – vorrei dirgli – tra affermazione e solitudine, ma alla fine finisco poco per parlare di me, cosa potrei dirgli? Che forse io ho raggiunto il mio successo, ma che in fin dei conti non ho trovato quell’equilibrio che ha invece trovato lui senza avere nulla? Riesco solo a dirgli che è morto mio Padre.

Usciamo, Andrea e Nella si accendono una Marlboro di compagnia.

– Fumi ancora? –

– Non ho mai cominciato – rispondo ad Andrea, pensando che la prima sigaretta, sei anni fa me la offrì lui, seduti al tavolino nel bar di piazza Tevere. Era una MF (multifilter), ora non le fanno più.

Mentre bevo un Brancamenta, mi viene in mente Pasolini, e di come lui cercava di entrare nelle classi sociali differenti e da come ne se ne affascinava su ogni particolarità lontana dalla sua vita. A queste persone sembra che non manchi nulla, ma forse è solo apparenza?

Arriva Cele, lo zio di Andrea. Un uomo sui sessanta ben portati, brizzolato con gli occhi azzurri. Lo chiamano così perché canta come Celentano. Qui tutti hanno un soprannome, c’è Vicio, Camin, Blund, Sgagna… Provo a sforzarmi di comprenderne il significato, ma mi rendo conto che riguardano delle parole dialettali pavesi che da romano non conosco; alla fine Nella mi fornisce spiegazione: biondo, camino, mangia… e difatti mi rendo conto che Camin ha già spento una decina di sigarette nel suo posacenere.

Andrea lo chiamano André

– Io una canzone me la faccio, andiamo giù? – dice André, riferendosi al karaoke che si sente in sottofondo provenire dallo scantinato. All’apertura della porta in fondo alla scala, arriva un timbro musicale come una brezza improvvisa sul viso. Si apre un’estensione nascosta del locale con dei salottini sparsi ai lati delle pareti e uno spazio che lascia libera una coppia a ballare – stretti in un valzer.

Il primo a cantare è Cele, che canta ‘è l’ora dell’amore’. Mentre suona la sua canzone, ha gli occhi lucidi e Nella mi confida che è rimasto vedovo da due anni.

Quando viene il turno di André, la musica intona la canzone ‘vita tranquilla’ di cui non avevo affatto conoscenza.

Scopro così che André ha un’intonazione quasi perfetta. La musica e la voce di André si diffonde attraverso i tavoli fino a raggiungere il coro delle altre persone che lo seguono nel ritornello. Guardo i visi delle persone e il viso di André, per un attimo ho impressione che queste persone, mentre cantino, indirizzino il viso verso di me … “voglio una vita tranquilla” dicono… e questo messaggio sembra arrivare come mi fosse destinato; ho un’immagine inaspettata tra la lirica e l’onirica, beffa del brancamenta? Poi questa visione si attenua e le persone del locale sembrano riprendere le normali visuali.

Poco dopo risaliamo e per me è venuta l’ora di andare.

Chiudo il baule della mia automobile.

– Ciao André – lo saluto con il suo soprannome e lui sorride. – Non aspettiamo altri quattro anni per rivederci – mi dice. Saluto Nella, c’è ancora la musica che si sente uscire dal locale. Nella e André si allontanano verso casa con lo scatolone di VHS in mano.

– Non ho mai imparato a suonare la chitarra André – dico tra me e lui, pur sapendo che sono ormai troppi i metri che ci separano per permettere lui di sentirmi, così rimane una frase pronunciata nel vuoto di quella piazzetta, tra me è nessun altro.

Salgo in auto, mi avvio sulla strada del rientro.

Accendo la radio, sorte della fatalità – risuona la medesima canzone di André.

 

Justine Fober

Qualche volta la si intravede ancora, la sera, è un’espressione a ravvisarla, una movenza a distinguerla, una luna piena, le pieghe di un abito che ha scelto lui stesso nel suo armadio e che lei indossa da quando egli disse: “ti amo”. Un calice di vino rosso ondeggia in mano al cospetto di un mondo decisamente lontano, un dettaglio minimo del tutto, a molti estraneo, ma comune – maestoso – solo a loro.

E’ Justine Fober, nostalgica su un molo, nel cuore d’un agosto che sognava diverso; la riconosco è proprio lei, quando le brillano gli occhi e non cede più ad un sorriso beffardo. Lei che scruta gli uomini poi sfugge al loro sguardo per non invitarli ulteriormente; lei che ci somigliava, che passeggia lentamente, guardandosi intorno e trascinando in terra un fazzoletto estivo, forse un foulard bianco con una maglia a grana di riso.

Fober… di un etimo incerto, un noema semplice, di una grafia emotiva ed un tratto fragile tracciato su una superficie di velluto grigio, una grammatura consistente che poteva anche reggere il disegno… ed un epilogo disfatto per mano della mia stupida incertezza di uomo.

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Incontro

È così che doveva avvenire.

Pochi minuti dopo la partenza era possibile scorgere ancora il panorama di costiera. La mia posizione virava nel verso di prua del traghetto, la balaustra era bagnata di salsedine e mare.

Tu eri li, con un tubino lungo che vestiva i tuoi fianchi ed una sciarpa viola che ricordava il colore dell’anno. Il cappotto raccolto sulla panchina. Un occhiale sul viso nascondeva lo sguardo che sembrava essere nostalgico. La mia partenza non aveva una meta particolare, ma in quel momento ero incuriosito dal sapere quale fosse la tua destinazione ed ancor di più la tua provenienza. Sembravamo immersi in un quadro di Vettriano.

– Buongiorno – e non sono riuscito a dire di più, ma era così che doveva avvenire. Voltandoti riuscivo a vedere la mia inquadratura nel riflesso delle tue lenti.

– Buongiorno – hai risposto; era così che doveva avvenire.

Poco più avanti una bambina era piegata sulle ginocchia sostenendosi sulla ringhiera, guardava la schiuma disperdersi nelle acque; che fosse tua figlia?

La vicinanza non poteva dare giustificazione valida al nostro silenzio e al corrisposto desiderio di conoscenza… Allo stesso tempo le nostre personalità sembravano avessero già stabilito un dialogo fatto di gestualità e percezioni.

– Beh..? Non dice nulla? –

– Non che sia mai stato di troppe parole,
ma ci sono momenti dove il silenzio
di un uomo ha un tono che può sembrare perfetto. –

– forse la disturbo, non vorrei farle
perdere tempo in frivolezze… –

– Si figuri, l’ascolto volentieri;
ci sono piccole cose che di sciocco hanno solo la sembianza. –

– …mi verrebbe da farle un complimento. –

– Non me lo faccia… –

– Perché? Non le piacciono i complimenti? –

– Più che lusingato, mi piacerebbe essere incuriosito;
dunque non pensiamo a me, mi parli piuttosto di lei… –

– Le darei un vantaggio… –

– Le prometto che contraccambierò ogni suo favoritismo… –

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La ragazza dei crediti

Dall’inizio di quel timido capolino attraverso la porta, sei entrata ed uscita dalla nostra stanza non ricordo più quante volte, una decina? Non le ho contate ad essere sincero ed ero anche un po’ perso o più opportunamente concentrato sui tanti ragionamenti all’ordine del giorno.

La riunione era iniziata alle 9:30; c’era ancora molto da discutere malgrado le prime due ore già trascorse. Lo startup della nuova banca ci impegnava su troppe criticità ancora da smarcare, quale sarebbe stato il target dei clienti campione? Quali i criteri per la generazione dei portafogli?

Sei entrata per utilizzare la fotocopiatrice, la più vicina al tuo ufficio, ed è stato in quel momento che la cravatta mi stringeva al collo più del normale e l’ambiente mi sembrava chiuso di un’aria troppo pesante.

Sono bastati venti metri al massimo di quel tuo passo deciso, quei movimenti perfetti, stretti in un tailleur blu, le gambe nude – alte – che laceravano l’aria con un fruscio di pelle… ed un sorriso di padronanza che mi ha lasciato disorientato.

Roberto e Mario che analizzavamo gli ultimi flussi di dati, si sono arrestati per fissarmi attendendo una risposta ad una domanda posta che non avevo udito in alcun modo.

– ma sta seguendo Di Carlo? –

no, scusate, ma oggi il condizionatore è rotto vero? –

Loro non mi hanno di certo capito, ma il tuo accenno di sorriso mentre eri di spalle a loro, ha segnato un sottile traguardo di complicità.

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Emozionarsi ancora

Non sono unicamente i sensi materiali a permetterci di capire che siamo in vita;
è l’emozione la vera percezione ‘complice dell’esistenza’, quella meraviglia che nasce da una sciocchezza e ti sdebita con tutto… è quell’impressione del momento, è la consapevolezza di un presente esclusivo, di un attimo, il sentore di ciò che può divenire eternità.

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In viaggio

Questo uomo sul treno posa lo sguardo oltre il finestrino.
E’ qui davanti a me e finisco per studiarlo.

Ha un’aria nostalgica, forse malinconica.
Fuori piove, a dirotto.

Lo sguardo é perso nel grigio; me ne accorgo dal fatto che alberi, case, macchine sfrecciano davanti ai suoi occhi senza provocare distrazione. alcuna

I suoi occhi sono quelli della mente.
Varcano ogni possibile orizzonte, ogni cosa materiale.

É lo sguardo dell’anima quello li.

Quello scuardo che cerca nell’infinito l’inconsistenza di una realtá.

Quest’uomo varca chilometri di etere per riuscire a raggiungere un pensiero profondo.

Forse un pensiero caro, forse indispensabile alla sua vita, forse tanto inseguito e forse tanto illusorio.

Che cosa sta cercando quest’uomo?

Eccessi

Mi sento eccessivo.

Morboso. Non mi piace come parola, ma non ne trovo altre al momento.

Mi definisco quasi ossessivo pensando che tu sia un po’ il mio tormento – in senso buono – naturalmente.
Continuo a leggere le tue parole, i tuoi racconti, le immagini che lasci nella mente, le parole non dette e quelle inventate tra le righe.

– mi piace provocare,
ci marcio anche sopra,
ma voglio che tutto sia coinvolgente –

– Cosa intendi per coinvolgente? –

– Lasciarti immaginare,
da uno sconosciuto, in modo che si incuriosisca –

– Farti immaginare nelle sembianze di colei che descrivi? –

– Si, come Rebecca,
ma non mi interessa l’interlocutore che immagina –

– Quindi ti piace essere desiderata? –

– Sì, è quello che mi manca… –

Ho iniziato a scriverti desiderandoti anche io, uno fra i tanti. Ma ho desiderato e ho intrapreso un percorso che potesse restituirmi qualcosa di più: te la profondità del tuo animo. Ho iniziato da un dettaglio per finire a vivere di un sentimento. Ci siamo trovati coinvolti, molto e su questo coinvolgimento abbiamo spesso ragionato.

Mi sembri innamorato – mi dici – provo a pensarci e provo anche ad eludere questa idea che un po’ mi spaventa, un po’ mi piace… ma forse sì, io sono innamorato di te ed ora che lo scrivo sento anche un leggero batticuore.

Mi sento come un sedicenne che si è appena infatuato della sua compagna di banco. Mi sento quell’infinito dietro lo sterno quando ti avvicini e mi sorridi ammiccando lo sguardo e poi mi trovo ingelosito e tormentato, quando tu civetti con il compagno Demarchi che forse è il fico della classe, ma forse vuole solo portarti a letto.

Scuoto il viso e mi passo le mani sulla faccia, ho 44 anni in verità, sono un dirigente nel mio ufficio, un cinico e mai avevo pensato che queste emozioni potessero sentirsi ancora.

– Ma tu sei un’altra cosa… –

– Cioè cosa sono? –

– Tu mi fai stare bene,
con me stessa e come me stessa –

– Ma è come se con me
non riesci mai ad esprimerti così,
forse perché ti senti coinvolta –

– Potrei riuscire e non riuscire,
ma tu conosci le mie sfaccettature –

– Ma perché allora mi escludi? –

– Io non ti escludo… tu sei molto di più… –

Ho iniziato a desiderare soprattutto il tuo desiderio, che è arrivato per un solo attimo e poi si è chiuso dietro una parola desiderata o forse dietro una mia troppo sbottonata, non lo so… non capisco, ma continuo a desiderare che tu possa volermi ancora.

Ripenso ai nostri dialoghi, ai tanti, al mio incalzarti per riflettere meglio su quanto tutto accaduto e sta accadendo.

– è come se tra me e te ci fosse del pudore rispetto a ciò
che sogniamo, desideriamo… fantastichiamo e scriviamo…
è come se avessimo paura, ma non so di cosa… –

– Perché io e te siamo autentici –

– ma per essere autentici non è necessario
reprimere una parte di se, non trovi? –

– Certo ma ci vado cauta,
perché a te ci tengo e piuttosto ci metto di più… –

– anche io mi sento protettivo nei tuoi confronti…
ma secondo me le paure sono infondate…
non ti senti un po’ incompleta alla fine…? –

– Si certo.. ma è molto difficile da spiegare…
lo voglio e al tempo stesso ho paura.
Ti chiedo solo di avere pazienza –

Mi dici di aspettare, di darti tempo.

In questo tempo ti vedo sempre più alle prese con i tuoi racconti, intimi, carnali pieni di fantasie e raccontati ad altri.

Fantasie che non sono nostre, fantasie che non sogni con me, che forse non sogni e basta…

Dovrei pensare che le metti li senza un motivo preciso, ma non riesco a rimanere emotivamente distante da un senso di invidia e di gelosia profonda. Vorrei fingermi uno di quei cretini corteggiatori e mettermi a flirtare con te, così senza un perchè, così solo per sfiorarti, così per gioco e leggerezza…. ma poi forse così senza un senso.

Perché io quelle fantasie le sognavo e le sognavo con te, per te, le sognavo per compiacerti, le sognavo per sentirti sempre più mia.

E’ molto triste, ma mi accorgo che involontariamente sto scrivendo con il verbo sbagliato, passato, quando invece i miei sentimenti sono al presente e così profondamente presenti, presenti in me…

presenti soprattutto per te.