Innocenti evasioni

– Ho fatto una foto stamattina, posso madartela?
Ma non voglio che pensi che mi sono data alle foto hard – 

– Credo che tu abbia davvero un’idea
molto approssimativa di cosa signifca hardcore. –

– probabilmente no, non ne ho idea. –

– Beh poi te lo spiego, oppure vediamo un film hard assieme. –

 – potremmo farlo per passatempo. – 

– Sai che poi potremmo finire per trovare diversi spunti? –

– …e peché no? –

 

Con te ogni cosa diventa quasi straordinaria, nulla è più scontato, tutto assume un valore più nobile, anche ciò che fuori dal nostro contesto può risultare volgare.
Tra noi si conquista tutto in un intrigo speciale.
Non ci scandalizziamo, non perdiamo moralità, ci viviamo mantenedo un piacevole pudore, ci concederemo a tutto superando ogni limite.

L’evasione non è banalità… è qualcosa di assolutamente unica, con te è irripetibile…
la trasgressione è raffinata ed è così elegante.

 

È successo

È il senso di appartenenza che ti porta a avvertire un sapore differente per ogni gesto;

È il sentimento che riconduce ogni passione ad un’azione nobile;

È il cuore che rilascia il nullaòsta agli impulsi, ai desideri, alle fantasie, alle smanie… senza riserve per i ripensamenti;

È l’animo che crea una dimensione per viversi, un limbo nel quale accogliere ogni possibile emozione senza rimorsi;

Tante emozioni tutte insieme e tanti pensieri che ci travolgono e a fatica riusciamo a mettere ordine i concetti e le sensazioni.

Siamo qui, con le nostre due vite, sulle quali spostando gli addendi i risultati non cambiano mai.

Due vite differenti, ma per entrambi sospese.

Eppure non lo avevamo mai pensato prima dell’istante che inaspettatamente è accaduto.

La sensazione di appartenere ad un quotidiano ci porta ad entrambi all’interno di una vita del tutto serena trascinata dalla grande futilità del senso moderno.

Abbiamo tutto quello che forse non avevamo mai necessità di desiderare in un’altra era.

Sono un uomo realizzato, un dirigente a poco più di 45 anni, ho una casa, bella, grande, ho una famiglia, sto bene con la salute, faccio una vita mondana… anche troppo mondana come tu ironizzi e sorridi con affetto…

Sei una donna realizzata, anche tu all’interno di un contesto favorevole, una bella famiglia, un lavoro appagante e a contatto con il senso umano, un uomo realizzato accanto a te, nel contesto di in un meraviglioso paradiso naturale, sei così bella…

Ci deriderebbero in molti; altri ci criticherebbero perché tutto sommato è vero che le scontentezze della vita sono ben altre che le nostre. Vite desiderate e invidiate da molti.

Allora penso che non è questione di condizione, allora penso solo che doveva succedere e basta.

Voglio pensare che non esiste una causa, un pretesto… un movente per scagionare la nostra innocenza.

È successo e non mi fermo.

Non ho bisogno di sentirmi nel giusto, non ho necessità di pensare di essere responsabile, non sono puro, non sono onesto… non mi interessa cosa sono… non sono è basta… non mi interessa….

Ora voglio solo pensare che sono con te, che sono per te…

Eccessi

Mi sento eccessivo.

Morboso. Non mi piace come parola, ma non ne trovo altre al momento.

Mi definisco quasi ossessivo pensando che tu sia un po’ il mio tormento – in senso buono – naturalmente.
Continuo a leggere le tue parole, i tuoi racconti, le immagini che lasci nella mente, le parole non dette e quelle inventate tra le righe.

– mi piace provocare,
ci marcio anche sopra,
ma voglio che tutto sia coinvolgente –

– Cosa intendi per coinvolgente? –

– Lasciarti immaginare,
da uno sconosciuto, in modo che si incuriosisca –

– Farti immaginare nelle sembianze di colei che descrivi? –

– Si, come Rebecca,
ma non mi interessa l’interlocutore che immagina –

– Quindi ti piace essere desiderata? –

– Sì, è quello che mi manca… –

Ho iniziato a scriverti desiderandoti anche io, uno fra i tanti. Ma ho desiderato e ho intrapreso un percorso che potesse restituirmi qualcosa di più: te la profondità del tuo animo. Ho iniziato da un dettaglio per finire a vivere di un sentimento. Ci siamo trovati coinvolti, molto e su questo coinvolgimento abbiamo spesso ragionato.

Mi sembri innamorato – mi dici – provo a pensarci e provo anche ad eludere questa idea che un po’ mi spaventa, un po’ mi piace… ma forse sì, io sono innamorato di te ed ora che lo scrivo sento anche un leggero batticuore.

Mi sento come un sedicenne che si è appena infatuato della sua compagna di banco. Mi sento quell’infinito dietro lo sterno quando ti avvicini e mi sorridi ammiccando lo sguardo e poi mi trovo ingelosito e tormentato, quando tu civetti con il compagno Demarchi che forse è il fico della classe, ma forse vuole solo portarti a letto.

Scuoto il viso e mi passo le mani sulla faccia, ho 44 anni in verità, sono un dirigente nel mio ufficio, un cinico e mai avevo pensato che queste emozioni potessero sentirsi ancora.

– Ma tu sei un’altra cosa… –

– Cioè cosa sono? –

– Tu mi fai stare bene,
con me stessa e come me stessa –

– Ma è come se con me
non riesci mai ad esprimerti così,
forse perché ti senti coinvolta –

– Potrei riuscire e non riuscire,
ma tu conosci le mie sfaccettature –

– Ma perché allora mi escludi? –

– Io non ti escludo… tu sei molto di più… –

Ho iniziato a desiderare soprattutto il tuo desiderio, che è arrivato per un solo attimo e poi si è chiuso dietro una parola desiderata o forse dietro una mia troppo sbottonata, non lo so… non capisco, ma continuo a desiderare che tu possa volermi ancora.

Ripenso ai nostri dialoghi, ai tanti, al mio incalzarti per riflettere meglio su quanto tutto accaduto e sta accadendo.

– è come se tra me e te ci fosse del pudore rispetto a ciò
che sogniamo, desideriamo… fantastichiamo e scriviamo…
è come se avessimo paura, ma non so di cosa… –

– Perché io e te siamo autentici –

– ma per essere autentici non è necessario
reprimere una parte di se, non trovi? –

– Certo ma ci vado cauta,
perché a te ci tengo e piuttosto ci metto di più… –

– anche io mi sento protettivo nei tuoi confronti…
ma secondo me le paure sono infondate…
non ti senti un po’ incompleta alla fine…? –

– Si certo.. ma è molto difficile da spiegare…
lo voglio e al tempo stesso ho paura.
Ti chiedo solo di avere pazienza –

Mi dici di aspettare, di darti tempo.

In questo tempo ti vedo sempre più alle prese con i tuoi racconti, intimi, carnali pieni di fantasie e raccontati ad altri.

Fantasie che non sono nostre, fantasie che non sogni con me, che forse non sogni e basta…

Dovrei pensare che le metti li senza un motivo preciso, ma non riesco a rimanere emotivamente distante da un senso di invidia e di gelosia profonda. Vorrei fingermi uno di quei cretini corteggiatori e mettermi a flirtare con te, così senza un perchè, così solo per sfiorarti, così per gioco e leggerezza…. ma poi forse così senza un senso.

Perché io quelle fantasie le sognavo e le sognavo con te, per te, le sognavo per compiacerti, le sognavo per sentirti sempre più mia.

E’ molto triste, ma mi accorgo che involontariamente sto scrivendo con il verbo sbagliato, passato, quando invece i miei sentimenti sono al presente e così profondamente presenti, presenti in me…

presenti soprattutto per te.

Il buio

– Ho notato che mi hai assecondato sull’indossare la mia camicia –

– E’ vero, ero restia inizialmente, ma poi ho deciso di fare la ragazzina ubbidiente –

– Mi chiedo fino a che punto tu possa essere così disponibile –

– Dovremmo provare per saperlo entrambi, non trovi? –

Il sussurro delle parole si perdevano nel buio, cosi intimo e cosi al riparo.

Ti sentivi bene e ti sentivi mia. Quella sensazione di oscurità ti faceva pensare a tanti significati.

Ti faceva pensare al mio lato nascosto, quello che forse non conoscevi ancora. Ti faceva pensare alla tua zona buia, quella che anche tu non comprendevi ancora, ma che sentivi emergere in te in quell’istante, ora che trovavi protezione nella condizione favorevole di un’ombra.

Sì – quel buio in qualche modo ti intimidiva e ti proteggeva.

L’oscurità ti facilitava lasciando emergere quella parte di te, quel tuo alter-ego, che non avevi mai liberato prima.

– Cosa vuoi che faccia per te? Dimmi… –

Nel momento che pronunciavi quelle parole, mi sentivo conferire un ruolo al quale non volevo in nessun modo rinunciare. Non ho impiegato molto tempo a pensare cosa volessi. Nell’immaginario volevo vivere, condividere con te, uno dei tanti momenti che ci tenevano durante la distanza vicini, uniti. Volevo lasciartelo fare in quel momento, dove potevo avvertire il tuo respiro, ascoltare le tue parole… e offrirti il vantaggio del buio.

– Siediti sulla poltrona e allarga le gambe per me, in modo che io possa vedere –

Non ti sei neppure domandata come avrei potuto vederti in assenza totale della luce. Non te lo sei chiesta perché intendevi qual era il mio gioco: pensare di osservarti, senza violare il tuo pudore e la tua timidezza.

Sentivo il suono dei tuoi tacchi che con due passi indietro si allontanavano da me. Io intanto mi sedevo comodo sull’angolo del letto, cercando di capire attraverso i suoni la direzione verso la quale avrei dovuto guardarti.

– Allarga le gambe per me e scosta gli slip, voglio guardartela… –

Non parlavi, sottostavi… e sentivo il suono del cotone muoversi e il battere dell’elastico sulla pelle. Immaginavo quanto doveva essere bello pensarti li, distesa sulla poltrona morbida, con il lembo scostato delle tue mutandine e una gamba poggiata sul bracciolo e un’altra sospesa in aria. Potevo solo immaginarlo.

– Va bene così? Mi stai guardando? –

– Sì, ti sto guardando, mi sto godendo lo spettacolo… –

– Sono brava? –

Mi sono alzato nel buio per avvicinarmi alla tua voce e dopo un passo avvertivo premere la punta sospesa del tuo tacco sui miei jeans. In quel contatto, piantavi entrambi i piedi per trovare una posizione più comoda.

– Continua così, lo sai che sei proprio brava e ubbidiente… –

Dal movimento che calcavi su di me si poteva intuire che ti stavi frugando, coccolando con le mani la fenditura umida e rosea della tua carne. Lo capivo anche dal rumore; era un missaggio di suoni alternati, tra un tono umido di un succo spremuto e una vibrazione di un corpo pressato. Il suono era anche accompagnato dai tuoi spasimi che non contenevi per l’eccitazione.

Anche l’odore era intrigante, tra la tua fragranza di Casmir e l’aroma dell’eccitazione.

– Sono tutta un lago… guarda… sono tutta un lago per te… –

Le tue gambe si dimenavano tra le contrazioni e la voglia di avvinghiarmi. Il suono del tuo piacere si faceva sempre più intenso; voleva pronunciarmi qualcosa che rimaneva trattenuto nelle labbra per il tuo insensato pudore.

Il piacere viaggiava verso un limite osteggiato solo dalla tua intransigenza. Pensavo che ti piaceva andare oltre ogni violazione, verso la trasgressione, provare a varcare quei confini con me, che fino a quel momento ero riuscito ad accompagnarti distesa su quella poltrona. Ma io non avevo intnzione alcuna di sollecitare una decisione che volevo fosse solamente tua.

E mentre con una mano accarezzavo con un gesto tenero e delicato le tue caviglie, un avviso inaspettato e complice accese il tuo cellulare poco distante.

La luce debole lasciava intravedere appena i miei e i tuoi occhi. Si guardarono per la prima volta e per alcuni secondi. I tuoi erano spalancati e avidi. I miei rincuoranti e austeri. Nel momento successivo, mentre provavo a abbandonare la tua vista per contemplare l’amore tra le tue gambe, la luce si spense fatalmente.

E io ricordo bene che in quel secondo non feci in tempo a guardarti, ma nell’istante dopo, tutto quello che mi sembrava ormai destinato, fu ridiretto dalla tua volontà, dal tuo coraggio e dalle tue parole:

– Accendi la luce… ti prego… accendi la luce e guardami… –

Il mio ingresso

Ero entrato nell’appartamento poco in anticipo rispetto alle sedici.

Dopo aver chiuso la porta alle spalle, ho udito la tua voce provenire dalla stanza da letto:

– Sei tu? –

– Sì sono io, ma rimani li… non muoverti… –

Come da copione studiato, mi ero avvicinato all’interruttore generale facendolo volontariamente scattare. Un abile gesto, programmato e allo stesso tempo per te inaspettato.

Volevo che fosse così il nostro primo incontro: ‘al buio’ – nel termine abituale del nostro frangente – e anche: ‘nel buio’ – a figurare ancora di più la situazione che avevamo creato.

– …ehi ma che succede? –

– devo aver fatto saltare la luce, non ti muovere rimani lì che controllo –Cercavo di rassicurarti e rasserenarti, ma le mie intenzioni erano ben diverse e ben stimolanti.

Sapevo bene come muovermi nella mia casa, anche nell’oscurità più completa. Le imposte non davano esito ad un barlume di luce; non c’erano luci di emergenza o spie luminose. La mia direzione non era di certo quella verso il contatore; mi avvicinavo lentamente nel senso della stanza facendomi strada con una mano lungo la parete.

– sono io tesoro, non preoccuparti – te lo dicevo a pochi metri ormai da te, mentre ancora mi muovevo per provare a trovarti.

– ma la luce? –

– l’ho spenta, lasciala così, …dove sei? –

– ma che succede? Cosa stai facendo? – Su questi tuoi incerti interrogativi finalmente trovavo il contatto con te e ti prendevo per una mano.

– sono qui, non preoccuparti, se vuoi la riaccendo o se vuoi fidarti di me… la lasciamo così, ma dimmi tu… cosa vorresti fare? –

Nel tuo silenzio ambiguo e nell’oscurità di quell’istante, prendevo la tua mano e l’alzavo per poterle dare un bacio. In quel momento rimanevi dubbia tra timore di non sapere e il piacere di poterti affidare.

Te lo ripetevo: – dunque? Accendo la luce? –

Esitavi ad una facile e possibile risposta.

Volevi forse rispondermi infastidita: – cosa stai facendo, voglio vederti! –forse pensavi a qualche inganno. Potevi anche pensare che potessi non essere io, ma la voce lo era, era quella che tu conoscevi molto bene.

– ma sicuro che sei tu? …ma sei tu? – me lo ripetevi con un sorriso, divertita, mentre muovevi le mani su di me per cercare i lineamenti del mio viso. Riprendevi il possesso dei segni di riconoscimento, i capelli che mi accarezzavi, gli occhiali, il naso… le mie labbra, che le disegnavi con un dito.

E proprio sulle labbra stesse sentivi ormai ogni tua certezza.

– si sei tu, queste sono le tue labbra –

– inconfondibili? – ma non sono riuscito neppure a pronunciarlo quell’interrogativo del tutto che in un attimo ti ho sentito stringerti a me e un’istante dopo che le tue labbra prendevono a baciarmi assecondate e compiaciute di quel momento.

Bar Dolce Tentazione

Gli attimi che precedono il nostro incontro sono emozionanti.

Si unisce il senso di liberazione all’eccitazione nel susseguirsi di attimi di timore.

Le domande infatti sono tante: cosa accadrà? Le piacerò?

E non penso al: – mi piacerai? – le incertezze difatti si fermano rispetto a ciò che tu possa scoprire nello stacco tra le conversazioni scritte e trovarmi davanti ai tuoi occhi.

– ti aspettavo diverso – ma sei davvero tu? –

Il timore si muove attraverso quanto non conosciuto e che probabilmente nessuno dei due ha mai vissuto; è una situazione decisamente nuova per entrambi.

Mentre guido mi esamino al retrovisore, distraendomi anche dalla strada.

Ho un po’ di occhiaie, non ho mai capito se sto meglio con gli occhiali o senza. Sono invecchiato, penso, non ho più trent’anni, si vede l’espressione del tempo sulla pelle del viso. Le paure aumentano e le distolgo nel gesto di riposizionare lo specchietto nel suo verso e premendo l’acceleratore sulla guida.

Il bar scelto è molto vicino, sono in ritardo e dovrei probabilmente già trovarti seduta in terrazza.

Ti riconoscerò? Mi riconoscerai?

– Sono arrivata, ti aspetto. – un tuo messaggio mi avvisa della tua attesa.

Parcheggio, chiudo l’auto, fa caldo ormai per la giacca, ma mi dà un tono e la tengo su.

Salgo gli ultimi gradini e sono finalmente ad un passo da te.

Ti riconosco, difronte, ma tieni in mano un menù con la pubblicità del “cuore di panna” sul retro, che copre completamente il tuo viso. Scorgo i tuoi capelli mossi e inconfondibili. Manca poco e i miei occhi potranno vedere finalmente i tuoi.

Mi fermo un attimo rispetto a questo momento di vantaggio. Non ti sei accorta della mia presenza e ne approfitto per guardarti e osservare i tuoi movimenti, tra il bagliore del mattino che attraversa gli alberi sopra di noi e che accentua i tuoi riflessi.

Dici sempre di non indossare la gonna, ma per me l’hai messa. Un piccolo dettaglio che mi compiace del gesto e del tuo modo di essere – con me – più libera e più te stessa.

Sei sensuale, di una sensualità naturale, spontanea, non artefatta. Ma so di essere di parte, mi piaci troppo per il tuo modo di essere e per quello che abbiamo saputo costruire con le parole.

– Buongiorno Signore, desidera accomodarsi? – il cameriere sopraggiunge lateralmente e interrompe il mio incantesimo. Anche tu ascoltando la sua voce, vieni catturata dall’attenzione e abbassi il menù dei gelati.

Ora abbiamo gli occhi negli occhi.

I tuoi occhi felini e i miei occhi scuri.

Sfiorarsi

Sono forse medesime le sensazioni, le mie e le tue.

Una luce bluette illumina la pace.

Un leggero vento, di un temporale eluso, soffia sui tuoi capelli quieti.

La folla accresce ogni possibile disillusione.

Su una nota provo ad inseguire con lo sguardo le tue sfumature.

Ricerco una logica a questo desiderio sconfinato, ma senza riuscire a comprenderla.

Sento la presenza della tua anima ancora più forte ora che sei a pochi passi da me.

Le nostre anime quasi si sfiorano… le nostre anime si circoscrivono nella piazza…

forse loro hanno avuto la possibilità di accarezzarsi…

di sentirsi, di stringersi…. di perdersi…