Open at your own risk

Per l’occasione avevo comprato un pensiero per te. Era un capo di intimo.

Avevamo ironizzato più volte su questo possibile regalo e azzardavamo con allegria a questa possibile trasgressione.
Una fantasia realizzabile, lecita, la più raggiungibile tra le tante altre fantasticate su di te che riservavano a differenza momenti di estrema audacia.

Il gesto era dolce e intimo, racchiudeva in sé tanti significati, e così profondi.

In particolare mi veniva da pensare a due concetti: La confidenza che avevamo raggiunto era davvero esclusiva, irripetibile. E il secondo pensiero, a quanto fosse importante il mio farti sentire sempre innegabilmente desiderata.

Stavo per consegnarti le vesti del mio piccolo sogno.

Nello poco spazio avanti a noi, nei pochi metri di parcheggio, attraverso il varco delle portiere che ci occultavano da occhi estranei, mi affrettavo a consegnarti la busta con il mio pacchetto. Un po’ per la voglia di vedere il tuo viso sbalordito e compiaciuto, un po’ per la sciocca paura del dimenticare tutto in auto; pensavo alle possibili conseguenze se il regalo fosse finito per distrazione in mano sbagliate. Le solite paure.

Rimanevi meravigliata ed emozionata nel ricevere questo pensiero.

Saliti all’interno dell’auto, scartavi il tuo regalo con dedizione, con le mani che tremavano come sempre in tutte quelle volte che ci incontravamo.

E tremavano anche gli occhi… le palpebre dall’emozione si socchiudevano con un tremolio che non trattenevi e che diventava ogni volta peculiarità del tuo viso. Mi piaceva quando facevi così, perché si leggeva quello sforzo che tratteneva il batticuore, e anche se volutamente avessi voluto nascondermelo, era un tentativo poco riuscito; io preferivo che non lo vincessi ogni volta quel turbamento.

Quando gli occhi li riaprivi, mi guardavi – erano sempre chiari e lucidi.

La scatola che racchiudeva il completino, portava una scritta ironica in inglese: – apri a tuo rischio. – Sorridevi nel leggerla, ma di rischi ne potevamo commettere ben altri da quel momento….

Non abbiamo più nulla da rischiare ora.

Davvero più nulla… nessun rischio, nessun tremolio del ciglio, nessuna più emozione.

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Le scale

Quando ci si appassiona di un desiderio inavvicinabile, le proprie certezze decadono ritrovandosi in una situazione d’indefinito… d’incerto. E così malgrado sia una persona sicura di me, ultimamente, barcollo tra un’apprensione non definita, di cui non ho conoscenza neppure della fine ultima.

Le scale che portano in mansarda sono di noce, i gradini ripidi ed il passaggio è largo solo poco più di settanta centimetri.
Mi precedi con un tacco che fa suonare il legno del primo gradino; al quinto le pieghe plissettate della gonna s’incurvano lasciando margine di veduta all’avvallamento superiore delle tue gambe. Io sono ancora al primo, con i ricami che mi arrivano quasi alla gola.

Non intendo se perdo l’equilibrio per questo, ma inciampo in un gradino di turbamento, la pianta in cuoio della scarpa batte un colpo di caduta, ti allarma in uno scatto tempestivo per esclamare – attenzione! –

Nella stessa istantanea fisso l’attenzione di quel tuo movimento
fulmineo, che trasforma in un’elica il lembo di stoffa plissettata, prendendo il volo in alta quota e svestendo ancora una volta gli estremi della tentazione.

Rimango in ginocchio, non so se ferito fisicamente od emotivamente, ma riconosco tutta la fragilità di questo disequilibrio e di tutte le volte che ho perduto sostegno in una qualsiasi tua manifestazione involontaria, seduttiva.

Rimango in ginocchio, sorreggendomi con una mano sul corrimano e accorgendomi che l’altra mano si è sorretta involontariamente alla tua caviglia, smagliando un poco la tua calza scura.

Una stretta troppo forte di concitazione.

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Coniugazioni verbali

Quello sarebbe stato l’unico modo e l’unico tempo.

Niente imperfetto, che già contiene l’errore nel nome.

Non voleva il vincolo di un condizionale o l’ipotesi di un congiuntivo ormai in disuso.

Aveva vietato trapassato remoto e passato prossimo con le loro commemorazioni e i loro rimpianti, bandito l’ansia di un futuro fatto per costruire e l’uso dispotico dell’imperativo.

–La baciò all’indicativo presente, come se dovesse durare per sempre, e quel bacio le restò dentro per l’eternità. –

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Va bene così…

Va bene così… ma mi cade una lacrima.
Va bene così… ma fisso il vuoto.

Va bene così… ma penso:
– dove siamo? –

Va bene così… ma ho un po’ paura.
Va bene così… va bene così…

Va bene così… ma vorresti baciarmi.
Va bene così… ma vorresti svestirti.
Va bene così… ma vorresti ancora amarmi.

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…ma va bene così.

Il desiderio che traspare

Non era chiara quale fosse stata la premessa o il preambolo per questo appuntamento.

Credo che non aveva poi così importanza ricordare cosa avesse portato in quel preciso giorno a dirigerci verso quella meta d’oltre confine.

Riguardo la situazione, avevamo parlato a lungo durante tutto il tragitto in auto, non trovando alcuna soluzione che potesse andarci bene ad entrambi. Rimanere o perderci?

– Io e te possiamo essere solo amici ed è già tanto, ci consentirebbe di poter esserci l’uno per l’altro – affermavi con severità.

– non mi dai altre alternative? –

– L’alternativa è chiudere tutto, qui, subito. –

Ero andato troppo oltre, avevi ragione. Come si usa comunemente dire in queste situazioni: avevo fatto tutto da solo. Ero caduto nell’errore di considerare con troppa leggerezza quello che ci stava accedendo. Eppure sulla frase che asseriva con parole alquanto tangibili la cruda verità, mi ritraevo indietro rispetto ai sentimenti e alle emozioni che avevo fino ad ora speso per te.

Mi sottolineavi con attenzione parole come: – peccato – lealtà – fedeltà – la tua famiglia – la mia famiglia – cosa potremmo mai essere? – cosa finiremo per diventare? – quando potremmo mai vederci – dove? Come? – e il figlio che stai cercando? – diventeremo come gli altri? –

Termini che mi sembravano scorressero lungo la linea tratteggiata dell’autostrada frenando l’automobile in movimento. Tutte parole che portavano verso la tangibilità, l’oggettività, la razionalità. Tutto quello che avevo eluso fino ad ora, ingannando i ‘se’, i tanti ‘perché’ e qualche ‘ma’ di troppo.

L’albergo era tra i più lussuosi, sicuramente ti eri servita di qualche telefonata delle tue, sfruttando uno dei tuoi principali privilegi: la notorietà sul campo.

La mia camera non era pronta al nostro arrivo a differenza della tua per la quale ti veniva consegnato il pass. Per me c’era da attendere la tarda mattinata.

Avevi prenotato per due singole. Quel gesto evidenziava ancor di più le tue intenzioni nel prendere le distanze con me. Distanze che più che fisiche erano apprensive e sentimentali. Confini che ora disconoscevano qualsiasi fossero state le tue smanie passate nei miei confronti. Desideri cercati, dichiarati, sui quali io non riuscivo a distrarre l’idea di viverli.

– Intanto che ti preparano la camera, invece di aspettare nella hall, sali con me in stanza? – mi proponevi con un gesto carino che non poteva lasciare interpretazione ad intenzioni diverse, di conseguenza, accettavo con piacere.

Avevo preso i miei e i tuoi bagagli, stranamente pochi, ma del resto il tempo era davvero limitato per quel periodo.

L’ascensore dorato si chiudeva dietro di noi portandoci al piano più alto, quello delle suite.

Il movimento era comodo e quasi impercettibile nella sua veloce salita. Anche i miei occhi salivano su di te allo stesso modo, lenti e impercettibili. Ti fissavo dal riflesso dello specchio, partendo dal basso, salendo piano lungo i dettagli della tua forma, ti studiavo, mentre tu fissavi il menù del pranzo. Indossavi dei pantaloni di lino beige su una camicia bianca con alcuni dei primi bottoni aperti che lasciavano intravedere il tuo sensuale decolté. Su quell’apertura, mi ci perdevo sempre ogni volta, forse perché ero troppo stregato e forse perché ero molto soprappensiero. Turbato da quanto ci eravamo ripromessi, cercando di assimilare la sensazione e l’accettazione del distacco, che sentivo interiormente rifiutare e starmi stretto.

Amici – pensavo dentro me – cosa significava amici?

Solo la tua voce riusciva a distogliermi richiamando la mia attenzione ormai persa a lungo sulla piega del tuo seno.

– Sono stanca dal viaggio, non vedo l’ora di buttarmi sotto la doccia e rigenerarmi –

Il mio silenzio continuava incessante. Non mi domandavi neppure perché non parlavo più, credevo intuissi da la mia confusione mentale. La tua non la davi a vedere, ti difendevi come al solito, ma eri anche tu sconvolta allo stesso modo.

Quando hai aperto la porta, ti sei prontamente fatta strada nell’ambiente. La giacca che poco prima indossavi cadeva al centro del letto. Sui pochi passi avevi lasciato la scarpa sinistra e poco dopo, saltellando sul piede nudo, la destra afferrando il tacco con una mano. Il letto doveva avere una misura maxi, mi sembrava più grande del solito. Il lampadario al soffitto era di cristallo e rispecchiava la luce delle imposte sulla parete come infrangendo diamanti di alcuni colori attorno a noi. La stanza richiamava molti tratti di blue – il tuo tono preferito – consideravo.

Lasciavo la porta alle mie spalle per cercare un punto dove potermi accomodare, notavo che la doccia era di quelle a pareti, centrale nella stanza, separata dal resto del bagno. Era certamente scenografica e di grande effetto, ma non ti avrebbe restituito mai il relax che cercavi, conseguenza del fatto che fossi anche io nella stanza con te e soprattutto essendo bene a conoscenza della tua timidezza e riservatezza.

Anche tu in quel preciso momento te ne accorgevi; avevi un’espressione tra il dissenso e lo stupore. Mi rivolgevi così uno sguardo meravigliato che anche se vuoto di parole voleva intendere una cosa sola: – e adesso? –

– Dai scendo giù e aspetto che mi assegnino le chiavi per la camera, così tu puoi rilassarti e io inizio a prendere coscienza della situazione –

– Quale situazione? –

– Che siamo solo amici. Che tutto ci è negato. Che non abbiamo alternative. –

Lo dicevo con una voce rassegnata e tremante e un’espressione che riusciva a trasferirti tutto il mio stato di sconforto. L’avevo capito dal fatto che poco dopo ti avvicinavi a me lentamente per alzarmi il viso con una carezza, quello sguardo che ormai era rivolto verso il basso, un poco perso nel niente.

– Guardami, negli occhi, non fare così… tu sei importante per me –

– Lo sei anche tu, ma tu hai scelto, per me, per noi… forse era meglio non scegliere… –

– Che significa non scegliere? Rimanere in un limbo di privazioni? Non lo so, so solo che sono molto confusa, per tante cose e lo sai… –

Ti ho guardata negli occhi, intensamente. Uno di quegli sguardi che eravamo abituati fare, quelli che parlavano soli nel silenzio, in un dialogo dell’anima che intendevamo bene.

Ogni tanto i tuoi occhi si abbassavano un poco per guardare le mie labbra semiaperte. Con i miei occhi facevo ugualmente.

In quel momento di desiderio, compromettente, ingannavamo entrambi ogni altra possibilità anelata. Viravamo coscientemente in un abbraccio che sapeva di così tanta innocenza. Eravamo immobili, presi da quella stretta dove per un attimo ci sentivamo noi, i noi di sempre, i noi amanti, i complici e realmente poco amici.

Recuperate nuovamente le distanze, confermavo che sarei sceso lasciandoti nella tua privacy. Ti conoscevo e avresti avuto qualche imbarazzo forse anche con tuo marito a farti la doccia nuda davanti ai suoi occhi, figuriamoci ora che ero presente io.

– Sai che faccio? Non mi tolgo la camicia… faccio la doccia con la camicia indosso, ma tu rimani, non lasciarmi sola. – Davvero in modo inaspettato mi chiedevi così di rimanere?

Non so come ti è venuta in mente quell’idea, ma ho voluto assecondarla perché comprendevo che ti avrebbe fatto piacere che fossi lì a tenerti un poco di compagnia in un momento senz’altro di sconforto. Volevi rimanessi ancora un po’ in bilico a quella sensazione non definita, non risolta, dove era in dubbio capire cosa noi potevamo essere ancora.

– Sarà come fare una doccia al mare… – trascuravi con leggerezza.

Ti dirigevi verso la doccia aprendo il getto d’acqua bollente che in pochi minuti rilasciava uno strato di condensa su tutta la parete in vetro. Nel frattempo sfilavi lentamente i pantaloni di lino e le calze scure rimanendo con il cotone bianco della camicia che copriva leggermente la brasiliana.

Ti muovevi nei tuoi gesti lenti, pieni di finezza e non curante della mia presenza. Probabilmente per assicurarti di fare tutto in modo spontaneo. Ti eri imposta nella mente di essere sola in camera, un’astuta estromissione mentale che invece mi concedeva di sentirmi unito a te in quei minuti di intimità e purezza.

Io ero comodo sulla poltrona che dava fronte alla lastra ricoperta di vapore.

Nell’istante che entravi in doccia, la breve visione spoglia del tuo corpo scompariva come tutto il resto.

Il tuo fisico si mostrava solo come un’ombra sensuale e stilizzata oltre il vetro. L’esalazione componeva un acquerello ritratto sulle tue linee e sugli indumenti sfumati nel bianco. Le tinte lasciavano immaginare le tue forme e i tuoi movimenti puri, annebbiando tutto il resto del dettaglio.

Nei primi minuti l’immagine di te era somigliante ad un’opera d’arte da contemplare con piacere e alla giusta distanza. Le linee sfumavano dal bianco al rosa, aprendo sfere sfumate in acqua. Le pennellate astratte e casuali cambiavano rispetto a nuove colate sul tessuto che sembravano fossero di colore chiaroscuro.

Successivamente passavi la tua mano sul vetro per lasciare uno spiraglio di visibilità. Aprivi così una piccola finestra di dettaglio sul tuo viso che potevo osservare. Da quel cerchio nitido tu potevi intravedere me ancora seduto e distante; notavo che mi sorridevi maliziosamente e mi ricercavi con lo sguardo.

Sono bastati pochi altri secondi per riannebbiare lo spiraglio concesso, uno spiraglio che aveva acceso in me il desiderio acceso di avvicinarmi. Abbandonavo dietro me la poltrona da spettatore per avvicinarmi al vetro che ci univa e ci disuniva allo stesso tempo.

Ero io ora che provavo a scostare il vapore dal vetro, ma con insuccesso poiché il velo rimaneva interno dal tuo lato. Tuttavia il movimento della mia mano aveva richiamato la tua attenzione.

Tu stessa per effetto riproponevi il medesimo movimento, probabilmente con la voglia di inseguire il mio palmo che si muoveva sul cristallo, oppure per permettere di riaprire un nuovo varco dove potevamo guardarci negli occhi ancora per un po’.

Mi accorgevo inoltre che qualsiasi direzione potesse prendere la mia mano, tu continuavi a seguirla con la tua scoprendo così nuove parti di te distinguibili oltre il vetro. Mi sembrava seguissi i movimenti come uno specchio.

Di questo gioco voluto o casuale, io mi sentivo quasi in dovere di approfittarne. Non era forse un’opportunità concessa?

Nei miei e nei tuoi movimenti ondulatori che seguirono, liberavo interamente il tuo viso in modo da poterti guardare negli occhi intensamente.

Il vetro ci separava. Ci slegava e ci univa. Ci rassicurava rispetto a quanto stavamo facendo, tutto diventava eccezionalmente puro, corretto e lecito.

Proseguivo a scendere scoprendo nuove parti del tuo corpo, come se stessi togliendoti un abito di fumo. Scendevo lungo il collo mentre ti lasciavi un movimento all’indietro con la testa, come se in quell’istante stessi percependo la mia mano che scorreva sulla pelle.

Anche l’altra mano, la sinistra, l’appoggiavo per ricercare un sostegno. Simmetricamente tu posavi la destra alla stessa speculare altezza. La mia fede liberava un suono sul vetro attutito subito dallo scroscio dell’acqua.

Con l’altra mano mi calavo all’altezza del tuo seno, il sinistro.

Il dettaglio rimaneva coperto dal tessuto bianco attaccato al petto come una resina trasparente. Si potevano vedere sia le diverse sfumature della pelle, da quelle più chiare a quella più scura del capezzolo, sia l’altezza della punta che spiccava trafiggendo di eccitazione.

Continuavo a muovere la mano, fremevo, come se volessi cercare un contattato con quella parte del tuo corpo. Lo capivi e contraevi così quei venti centimetri che separavano il corpo dal vetro. Teneramente appoggiavi il tuo seno all’altezza della mia mano illudendo il tocco. Il poggiarsi del tessuto con il cristallo metteva ancora di più in evidenza tutti i particolati.

Mi sembrava di morire in un gioco tra piacere e impazienza. Tra l’averti così vicina e il non poterti toccare. Sapevamo entrambi che potevamo varcare in un attimo quel vetro, ma con l’effetto di sentire quel senso di immoralità con noi stessi, con le nostre scelte di vita. Sapevamo che non potevamo permettercelo. Allo stesso tempo rimanevamo così stupidamente incoscienti rispetto a quanto il confine del proibito fosse già stato abbondantemente superato dalle nostre azioni.

Palpavo con la mia mano come mimando il gesto e seminando impronte indefinite sul vetro. Tu continuavi a spingere il tuo seno morbosamente sul mio palmo aiutandoti nel movimento con la tua mano. Sorreggevi e stringevi la massa ridirigendola emettendo un suono scivoloso. Nei movimenti la camicetta si scostava liberando tutto il tuo nudo ardore.

Ti addossavi con tutto il corpo sulla lastra completamente in balia del desiderio. Avresti dato tutto per sostituire il contatto astratto con il mio corpo.

Preso dallo stesso trasporto, mi abbassavo con il viso e con la bocca simulando un bacio intenso sulla punta del capezzolo. Tu prendevi ancora di più a dimenarti come se il movimento potesse sciogliere quella voglia che non contenevi più. Il delirio scorreva nelle vene come l’acqua sul tuo corpo.

La mia lingua leccava il vetro caldo, umidiva la lastra dove rimaneva schiacciato il seno da tutto lo spasimo. Continuavi a premerlo su di me, sulla mia lingua guardandomi fisso con gli occhi e in altri istanti li chiudevi per smarrirti nel piacere.

Tutto il corpo poggiava a tratti sul bagnato. La stoffa si colorava di rosa sulla pelle bagnata. Gli sguardi si rimiravano.

Ti piaceva che ti guardassi e mi piaceva guardare ogni dettaglio.

Poco dopo, non sapevo più che direzione prendere.

Se scendere ancora, calandomi e lasciandomi andare più giù, abbandonandomi nel desiderio, protetto da quel vetro di separazione che in qualche modo tutelava tutte le nostre intenzioni.

Non sapevo se fermarmi, razionalmente tornare al mio posto su quella poltrona distante, tornare alla mia vita di tutti i giorni, giusta e privata di molto, tornare ad essere amici.

Non sapevo… se varcare il limite. Entrare nella doccia con te per perdermi in un abbraccio interminabile, una stretta sotto la pioggia scrosciante che sapesse solo di infinito, che sapesse solo di amore.

Quello che era stato poi, è oggi un mistero che nessuno potrà conoscere mai.

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È successo

È il senso di appartenenza che ti porta a avvertire un sapore differente per ogni gesto;

È il sentimento che riconduce ogni passione ad un’azione nobile;

È il cuore che rilascia il nullaòsta agli impulsi, ai desideri, alle fantasie, alle smanie… senza riserve per i ripensamenti;

È l’animo che crea una dimensione per viversi, un limbo nel quale accogliere ogni possibile emozione senza rimorsi;

Tante emozioni tutte insieme e tanti pensieri che ci travolgono e a fatica riusciamo a mettere ordine i concetti e le sensazioni.

Siamo qui, con le nostre due vite, sulle quali spostando gli addendi i risultati non cambiano mai.

Due vite differenti, ma per entrambi sospese.

Eppure non lo avevamo mai pensato prima dell’istante che inaspettatamente è accaduto.

La sensazione di appartenere ad un quotidiano ci porta ad entrambi all’interno di una vita del tutto serena trascinata dalla grande futilità del senso moderno.

Abbiamo tutto quello che forse non avevamo mai necessità di desiderare in un’altra era.

Sono un uomo realizzato, un dirigente a poco più di 45 anni, ho una casa, bella, grande, ho una famiglia, sto bene con la salute, faccio una vita mondana… anche troppo mondana come tu ironizzi e sorridi con affetto…

Sei una donna realizzata, anche tu all’interno di un contesto favorevole, una bella famiglia, un lavoro appagante e a contatto con il senso umano, un uomo realizzato accanto a te, nel contesto di in un meraviglioso paradiso naturale, sei così bella…

Ci deriderebbero in molti; altri ci criticherebbero perché tutto sommato è vero che le scontentezze della vita sono ben altre che le nostre. Vite desiderate e invidiate da molti.

Allora penso che non è questione di condizione, allora penso solo che doveva succedere e basta.

Voglio pensare che non esiste una causa, un pretesto… un movente per scagionare la nostra innocenza.

È successo e non mi fermo.

Non ho bisogno di sentirmi nel giusto, non ho necessità di pensare di essere responsabile, non sono puro, non sono onesto… non mi interessa cosa sono… non sono è basta… non mi interessa….

Ora voglio solo pensare che sono con te, che sono per te…

Eccessi

Mi sento eccessivo.

Morboso. Non mi piace come parola, ma non ne trovo altre al momento.

Mi definisco quasi ossessivo pensando che tu sia un po’ il mio tormento – in senso buono – naturalmente.
Continuo a leggere le tue parole, i tuoi racconti, le immagini che lasci nella mente, le parole non dette e quelle inventate tra le righe.

– mi piace provocare,
ci marcio anche sopra,
ma voglio che tutto sia coinvolgente –

– Cosa intendi per coinvolgente? –

– Lasciarti immaginare,
da uno sconosciuto, in modo che si incuriosisca –

– Farti immaginare nelle sembianze di colei che descrivi? –

– Si, come Rebecca,
ma non mi interessa l’interlocutore che immagina –

– Quindi ti piace essere desiderata? –

– Sì, è quello che mi manca… –

Ho iniziato a scriverti desiderandoti anche io, uno fra i tanti. Ma ho desiderato e ho intrapreso un percorso che potesse restituirmi qualcosa di più: te la profondità del tuo animo. Ho iniziato da un dettaglio per finire a vivere di un sentimento. Ci siamo trovati coinvolti, molto e su questo coinvolgimento abbiamo spesso ragionato.

Mi sembri innamorato – mi dici – provo a pensarci e provo anche ad eludere questa idea che un po’ mi spaventa, un po’ mi piace… ma forse sì, io sono innamorato di te ed ora che lo scrivo sento anche un leggero batticuore.

Mi sento come un sedicenne che si è appena infatuato della sua compagna di banco. Mi sento quell’infinito dietro lo sterno quando ti avvicini e mi sorridi ammiccando lo sguardo e poi mi trovo ingelosito e tormentato, quando tu civetti con il compagno Demarchi che forse è il fico della classe, ma forse vuole solo portarti a letto.

Scuoto il viso e mi passo le mani sulla faccia, ho 44 anni in verità, sono un dirigente nel mio ufficio, un cinico e mai avevo pensato che queste emozioni potessero sentirsi ancora.

– Ma tu sei un’altra cosa… –

– Cioè cosa sono? –

– Tu mi fai stare bene,
con me stessa e come me stessa –

– Ma è come se con me
non riesci mai ad esprimerti così,
forse perché ti senti coinvolta –

– Potrei riuscire e non riuscire,
ma tu conosci le mie sfaccettature –

– Ma perché allora mi escludi? –

– Io non ti escludo… tu sei molto di più… –

Ho iniziato a desiderare soprattutto il tuo desiderio, che è arrivato per un solo attimo e poi si è chiuso dietro una parola desiderata o forse dietro una mia troppo sbottonata, non lo so… non capisco, ma continuo a desiderare che tu possa volermi ancora.

Ripenso ai nostri dialoghi, ai tanti, al mio incalzarti per riflettere meglio su quanto tutto accaduto e sta accadendo.

– è come se tra me e te ci fosse del pudore rispetto a ciò
che sogniamo, desideriamo… fantastichiamo e scriviamo…
è come se avessimo paura, ma non so di cosa… –

– Perché io e te siamo autentici –

– ma per essere autentici non è necessario
reprimere una parte di se, non trovi? –

– Certo ma ci vado cauta,
perché a te ci tengo e piuttosto ci metto di più… –

– anche io mi sento protettivo nei tuoi confronti…
ma secondo me le paure sono infondate…
non ti senti un po’ incompleta alla fine…? –

– Si certo.. ma è molto difficile da spiegare…
lo voglio e al tempo stesso ho paura.
Ti chiedo solo di avere pazienza –

Mi dici di aspettare, di darti tempo.

In questo tempo ti vedo sempre più alle prese con i tuoi racconti, intimi, carnali pieni di fantasie e raccontati ad altri.

Fantasie che non sono nostre, fantasie che non sogni con me, che forse non sogni e basta…

Dovrei pensare che le metti li senza un motivo preciso, ma non riesco a rimanere emotivamente distante da un senso di invidia e di gelosia profonda. Vorrei fingermi uno di quei cretini corteggiatori e mettermi a flirtare con te, così senza un perchè, così solo per sfiorarti, così per gioco e leggerezza…. ma poi forse così senza un senso.

Perché io quelle fantasie le sognavo e le sognavo con te, per te, le sognavo per compiacerti, le sognavo per sentirti sempre più mia.

E’ molto triste, ma mi accorgo che involontariamente sto scrivendo con il verbo sbagliato, passato, quando invece i miei sentimenti sono al presente e così profondamente presenti, presenti in me…

presenti soprattutto per te.

La barba

…improvvisamente mi sveglio…

…non è una di quelle scene nel sonno che di soprassalto uno si sveglia da un sogno, no… è esattamente il contrario; io mi sveglio – mi sveglio dal quotidiano all’interno di un sogno.

Sono in una casa che non riconosco, ma è come se l’orientamento l’avessi nella memoria e in breve lasso di tempo recupero qulla sensazione di cognizione e appartenenza propria del sogno.

Tutto l’ambiente diventa così familiare e nostro.
Nostro nel senso di mio e suo, perché so già che lei è qui, nelle stanze, nel mio sogno.

Mi sveglio dicevo e sono in un letto, somiglia al risveglio di una qualsiasi mattina di domenica.
La luce passa tra le finestre di questa stanza shabby, bianca, con le tende che fanno un leggero movimento mosse da un’aria impalpabile.

C’è un tiepido clima che sembra voler preannunciare la conclusione di una stagione fredda e l’apertura della prossima primaverile. E’ tutto in penombra, si sente il rumore di una lavatrice nel mio dormiveglia e l’acuta interpretazione di una musica di James Last.

Mi alzo e mi avvio verso il bagno. Il corridoio è illuminato dalle finestre laterali. Alle pareti quadri riprendono dettagli di lei – fotografie in bianco e nero dei suoi capelli, dei suoi occhi… dei suoi fianchi… delle sue gambe – che li abbia scattati io?

Ho i piedi scalzi, il pavimento è freddo. La camicia del pigiama ha i bottoni aperti… l’aria mattutina che soffia nel corridoio mi risveglia come beccandomi il petto.

Arrivo allo specchio e mi guardo la barba incolta – so che a lei non piace.
Prendo il rasoio e cerco il barattolo di sapone Panama.

Sul mobile non c’è.

Controllo nella pochette che utilizzo per i viaggi, che l’avessi lasciata a Mestre?

Non c’è.

Poi mi accorgo che anche il pennello da barba non è al suo posto e ricordo benissimo di averlo visto la sera precedente. Mi riavvio verso il corridoio per andare nel bagno di Rebecca.

Oltre la porta a vetro piombato si nota il muoversi delle sue ombre corporee; busso delicatamente e le parlo dall’uscio sottile:

– hai visto per caso il mio sapone e pennello da barba? –
– Li ho presi io… vieni, entra pure… –

Si lascia così sorprendere in accappatoio con le creme aperte sullo sgabello il legno, un piede si sorregge sulla vasca mente le mani massaggiano la parte superiore della gamba, come se tutto fosse naturale come sempre.
– Guarda è li, te li ho presi in prestito stamattina, non potevo svegliarti… dormivi così bene: Buongiorno! – lo dice con un sorriso ed un timbro di rimprovero per il mio solito difetto: irruzione senza prima aver la gentile educazione di salutare.

Il pennello è bagnato e il barattolo ha un residuo di schiuma bianca sulla scritta.
– ma da quando in qua ti fai la barba? – Le dico con un ironico timbro su un risolino accennato, ma non riuscendo bene a comprendere perché non avesse utilizzato la sua ceretta abituale.

– da stamattina… erano folti e li ho tagliati tutti… – mi risponde.
– ma non usi la ceretta? –
Mi guarda e poi scoppia a ridere – sai che dolore…!

Ride, ma io non capisco.
Dopo le risa, chiude il coperchio della crema aprendo invece qualche altra lozione oleosa. Abbassa la gamba destra trattenuta fino in quel momento variando sulla sinistra che si alza a raggiungere l’orlo della vasca da bagno.

In quel preciso istante l’accappatoio si apre leggermente sull’inguine scoprendo il triangolo nudo e latteo di contrasto con l’abbronzatura.Improvvisamente riesco a ricollegare tutto; l’inguine non ha può alcun pelo, è nitido, pallido, mostra distintamente la fenditura rosa, carnosa.

Poi improvvisamente Rebecca si alza dando una stretta alla cinta di spugna. Distolgo lo sguardo imbarazzato per il tempo in cui sono rimasto intontito.

Si avvicina… abbracciandomi da prima sul collo e poi toccando il dito la mia barba.

– Ora vai a toglierti questa barba così trascurata e comunque grazie! Non ti dispiace se lo prenderò in prestito ancora vero? E’ un’ottima schiuma e poi il pennello massaggia divinamente bene… –

Esce verso la casa… mentre io rimango imbambocciato e con il solito senso di assoluto disagio, con il pennello ed un barattolo in mano.

Il buio

– Ho notato che mi hai assecondato sull’indossare la mia camicia –

– E’ vero, ero restia inizialmente, ma poi ho deciso di fare la ragazzina ubbidiente –

– Mi chiedo fino a che punto tu possa essere così disponibile –

– Dovremmo provare per saperlo entrambi, non trovi? –

Il sussurro delle parole si perdevano nel buio, cosi intimo e cosi al riparo.

Ti sentivi bene e ti sentivi mia. Quella sensazione di oscurità ti faceva pensare a tanti significati.

Ti faceva pensare al mio lato nascosto, quello che forse non conoscevi ancora. Ti faceva pensare alla tua zona buia, quella che anche tu non comprendevi ancora, ma che sentivi emergere in te in quell’istante, ora che trovavi protezione nella condizione favorevole di un’ombra.

Sì – quel buio in qualche modo ti intimidiva e ti proteggeva.

L’oscurità ti facilitava lasciando emergere quella parte di te, quel tuo alter-ego, che non avevi mai liberato prima.

– Cosa vuoi che faccia per te? Dimmi… –

Nel momento che pronunciavi quelle parole, mi sentivo conferire un ruolo al quale non volevo in nessun modo rinunciare. Non ho impiegato molto tempo a pensare cosa volessi. Nell’immaginario volevo vivere, condividere con te, uno dei tanti momenti che ci tenevano durante la distanza vicini, uniti. Volevo lasciartelo fare in quel momento, dove potevo avvertire il tuo respiro, ascoltare le tue parole… e offrirti il vantaggio del buio.

– Siediti sulla poltrona e allarga le gambe per me, in modo che io possa vedere –

Non ti sei neppure domandata come avrei potuto vederti in assenza totale della luce. Non te lo sei chiesta perché intendevi qual era il mio gioco: pensare di osservarti, senza violare il tuo pudore e la tua timidezza.

Sentivo il suono dei tuoi tacchi che con due passi indietro si allontanavano da me. Io intanto mi sedevo comodo sull’angolo del letto, cercando di capire attraverso i suoni la direzione verso la quale avrei dovuto guardarti.

– Allarga le gambe per me e scosta gli slip, voglio guardartela… –

Non parlavi, sottostavi… e sentivo il suono del cotone muoversi e il battere dell’elastico sulla pelle. Immaginavo quanto doveva essere bello pensarti li, distesa sulla poltrona morbida, con il lembo scostato delle tue mutandine e una gamba poggiata sul bracciolo e un’altra sospesa in aria. Potevo solo immaginarlo.

– Va bene così? Mi stai guardando? –

– Sì, ti sto guardando, mi sto godendo lo spettacolo… –

– Sono brava? –

Mi sono alzato nel buio per avvicinarmi alla tua voce e dopo un passo avvertivo premere la punta sospesa del tuo tacco sui miei jeans. In quel contatto, piantavi entrambi i piedi per trovare una posizione più comoda.

– Continua così, lo sai che sei proprio brava e ubbidiente… –

Dal movimento che calcavi su di me si poteva intuire che ti stavi frugando, coccolando con le mani la fenditura umida e rosea della tua carne. Lo capivo anche dal rumore; era un missaggio di suoni alternati, tra un tono umido di un succo spremuto e una vibrazione di un corpo pressato. Il suono era anche accompagnato dai tuoi spasimi che non contenevi per l’eccitazione.

Anche l’odore era intrigante, tra la tua fragranza di Casmir e l’aroma dell’eccitazione.

– Sono tutta un lago… guarda… sono tutta un lago per te… –

Le tue gambe si dimenavano tra le contrazioni e la voglia di avvinghiarmi. Il suono del tuo piacere si faceva sempre più intenso; voleva pronunciarmi qualcosa che rimaneva trattenuto nelle labbra per il tuo insensato pudore.

Il piacere viaggiava verso un limite osteggiato solo dalla tua intransigenza. Pensavo che ti piaceva andare oltre ogni violazione, verso la trasgressione, provare a varcare quei confini con me, che fino a quel momento ero riuscito ad accompagnarti distesa su quella poltrona. Ma io non avevo intnzione alcuna di sollecitare una decisione che volevo fosse solamente tua.

E mentre con una mano accarezzavo con un gesto tenero e delicato le tue caviglie, un avviso inaspettato e complice accese il tuo cellulare poco distante.

La luce debole lasciava intravedere appena i miei e i tuoi occhi. Si guardarono per la prima volta e per alcuni secondi. I tuoi erano spalancati e avidi. I miei rincuoranti e austeri. Nel momento successivo, mentre provavo a abbandonare la tua vista per contemplare l’amore tra le tue gambe, la luce si spense fatalmente.

E io ricordo bene che in quel secondo non feci in tempo a guardarti, ma nell’istante dopo, tutto quello che mi sembrava ormai destinato, fu ridiretto dalla tua volontà, dal tuo coraggio e dalle tue parole:

– Accendi la luce… ti prego… accendi la luce e guardami… –

Il mio ingresso

Ero entrato nell’appartamento poco in anticipo rispetto alle sedici.

Dopo aver chiuso la porta alle spalle, ho udito la tua voce provenire dalla stanza da letto:

– Sei tu? –

– Sì sono io, ma rimani li… non muoverti… –

Come da copione studiato, mi ero avvicinato all’interruttore generale facendolo volontariamente scattare. Un abile gesto, programmato e allo stesso tempo per te inaspettato.

Volevo che fosse così il nostro primo incontro: ‘al buio’ – nel termine abituale del nostro frangente – e anche: ‘nel buio’ – a figurare ancora di più la situazione che avevamo creato.

– …ehi ma che succede? –

– devo aver fatto saltare la luce, non ti muovere rimani lì che controllo –Cercavo di rassicurarti e rasserenarti, ma le mie intenzioni erano ben diverse e ben stimolanti.

Sapevo bene come muovermi nella mia casa, anche nell’oscurità più completa. Le imposte non davano esito ad un barlume di luce; non c’erano luci di emergenza o spie luminose. La mia direzione non era di certo quella verso il contatore; mi avvicinavo lentamente nel senso della stanza facendomi strada con una mano lungo la parete.

– sono io tesoro, non preoccuparti – te lo dicevo a pochi metri ormai da te, mentre ancora mi muovevo per provare a trovarti.

– ma la luce? –

– l’ho spenta, lasciala così, …dove sei? –

– ma che succede? Cosa stai facendo? – Su questi tuoi incerti interrogativi finalmente trovavo il contatto con te e ti prendevo per una mano.

– sono qui, non preoccuparti, se vuoi la riaccendo o se vuoi fidarti di me… la lasciamo così, ma dimmi tu… cosa vorresti fare? –

Nel tuo silenzio ambiguo e nell’oscurità di quell’istante, prendevo la tua mano e l’alzavo per poterle dare un bacio. In quel momento rimanevi dubbia tra timore di non sapere e il piacere di poterti affidare.

Te lo ripetevo: – dunque? Accendo la luce? –

Esitavi ad una facile e possibile risposta.

Volevi forse rispondermi infastidita: – cosa stai facendo, voglio vederti! –forse pensavi a qualche inganno. Potevi anche pensare che potessi non essere io, ma la voce lo era, era quella che tu conoscevi molto bene.

– ma sicuro che sei tu? …ma sei tu? – me lo ripetevi con un sorriso, divertita, mentre muovevi le mani su di me per cercare i lineamenti del mio viso. Riprendevi il possesso dei segni di riconoscimento, i capelli che mi accarezzavi, gli occhiali, il naso… le mie labbra, che le disegnavi con un dito.

E proprio sulle labbra stesse sentivi ormai ogni tua certezza.

– si sei tu, queste sono le tue labbra –

– inconfondibili? – ma non sono riuscito neppure a pronunciarlo quell’interrogativo del tutto che in un attimo ti ho sentito stringerti a me e un’istante dopo che le tue labbra prendevono a baciarmi assecondate e compiaciute di quel momento.