Fotogrammi letterari

Fogli su fogli si ammassavano sulla scrivania di noce, una grafia nera vacillava su ogni rigo, era la mia scrittura.

Tu incuriosita e certa a priori del mio consenso, protendevi la mano sollevando una delle pagine, la piccola quantità di polvere accumulata in superficie si volatilizzava attraverso barlumi di luce.

A cosa stavi lavorando?

L’amnesia non mi permetteva di ricordare un solo avvenimento narrato all’interno di quei fogli; da quanto quelle pagine erano li? Non sapevo dare risposta ai quesiti posti, potevo solo rifiutare nel riconoscere un vero impegno letterario in quegli appunti abbandonati.

Ma non mi avevi detto che non scrivevi più? –

Non so cosa tu stia leggendo in verità…

Poi balbettavi qualche parola nella difficoltà a comprendere quella mia grafia sbarazzina. – Oltre i mar… margini non osser… osse-rva-bili – in seguito tutto d’un fiato – Oltre i margini non osservabili, c’eri tu.. e ancora tu. – Proseguivi, a brandelli di parole, congiungendo sillabe come fai solitamente con le note dei tuoi nuovi spartiti da pianoforte. Poi su l’ennesimo singhiozzo ti interrompevo recitando istintivamente il paragrafo:

Oltre i margini non osservabili, c’eri tu e ancora tu.
Tu rovesciata sul letto e stremata dal tempo; io che avevo appetito e ritagliavo una mela.
Ancora un tuo gemito, mentre addentavo; smarrivo l’attenzione nell’osservare le tue vesti, un patrimonio abbandonato a terra alla conquista delle nuove pieghe che tracciavano un sentiero di passione.

Arrivato al punto accapo ero catturato da un leggero rimorso: nel totale flashback di quel capoverso, avrei dovuto innegabilmente chiarire anche le probabili curiosità che sarebbero sopraggiunte? Per esempio: quando avevo scritto? A chi era stato dedicato? Ma il tuo riscontro sopraggiungeva più che discreto malgrado il desiderio di recuperare conoscenza del tempo che ci aveva diviso da più di un anno.

Splendido – posso leggere ancora?

Prolungavi la mano su un nuovo foglio con un leggero timore di scoperta e allo stesso tempo l’eccitazione nel recuperare qualche storia nuova.

Io intanto mi avvicinavo per aprire le imposte e permettere al mattino di entrare. Attorno al casale l’erba selvatica era cresciuta alta, ricopriva metà delle ruote posteriori del vecchio trattore di mio padre; la ruggine non aveva ancora mangiato la scritta Massey Ferguson.

Le tue figlie giravano l’angolo, potevo osservarle dall’alto mentre giocavano, ridevano inseguendosi l’una con l’altra. La più grande che riusciva facilmente a staccare la più piccola che, con grande fatica, correva sull’erba alta con lo sforzo simile a chi corre sull’acqua. Le loro risa salivano fin su al secondo piano, risuonando nella nostra stanza in penombra

Il disordine delle cose, la trascuratezza di quel luogo riportava la stessa sconsideratezza dei paragrafi che attentamente leggevi. L’erba alta e i fiori di campo crescevano in maniera del tutto naturale, le mie parole similmente, erano nate senza che ne potessi ricordare l’ordine cronologico.

Faticavo a riconoscermi protagonista in tutto ciò che mi era accaduto nell’ultimo anno. Il tuo distacco aveva originato un’assenza anche dentro la mia vita, come se una parentesi temporale fosse evaporata dopo il tuo rientro, ne rimaneva qualche istante trascritto… che si poteva ancora scorgere attraverso quelle pagine.

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Scambi di sguardi

Il disegno di Laliberte poteva essere presagio su una scena futura, ma io non potevo immaginarlo…
Ora che da giorni ormai sono partito, lontano dai binari di Milano, allora ripenso su quanto accaduto.

Ripenso a quell’ultima scena veduta: il buio dell’ora solare, le lancette che segnano le nove e la pioggia battente.
Il mio indugio al riparo del porticato della stazione ed il vederla in attesa della ripartenza del treno appena fermatosi al nostro comune arrivo. Il suo allontanamento nello svincolo di un sovrappasso prudente, oltre i binari, verso il vecchio passaggio dismesso che porta in via Antonio Gramsci.
L’ombrello spiegato ed i suoi passi incerti tra una pozza d’acqua ed uno snodo di metallo.

Avrei voluto seguirla, avrei dovuto seguirla?

Il desiderio di riuscire a trovare un punto, un percorso comune, uno spunto di recapito per una lettera.
Un foglio di carta scritto, un pensiero tra un viaggio, tra un ritardo, tra uno scambio di rotaie ed una coincidenza… una coincidenza di incroci tra treni…
…e sguardi… tra noi.

Distesa

Tutto era partito dai tuoi occhi, dal taglio dei tuoi occhi.
Due occhi chiari, le ciglia curate, uno sguardo quasi perso nell’infinito della vita, occhi dell’est.

Mi ero perduto nel tuo sguardo che mirava il vuoto e non fissava me.
Ma ero partito da li, dai tuoi occhi per concedermi di poter entrare lungo il tuo campo visivo. Un passaggio obbligato forse per entrare nella tua vita. Non avrei mai pensato che quegli occhi mi avrebbero portato a disegnare, ulteriormente, i lineamenti del tuo corpo. Ora, qui, nudo… disteso sul letto di una camera in penombra; il tuo corpo abbandonato per me, con me.

Sei ora tu nel mio campo visivo a assecondare ogni giorno il piacere che ho nel guardarti. Catturata, trascinata dallo stesso piacere capovolto: il lasciarti guardare da me.
Strano per un fotografo, che dovrebbe mantenere sempre quel pizzico di professionalità e distacco. Ma l’eccitazione è un po’ come la fotografia, devi trovare sempre la giusta distanza, la corretta messa a fuoco, perfezionare l’esposizione, quella sottile sfumatura propria della profondità di campo.

E’ così che mi sento ora, alla giusta distanza dal tuo corpo che indossa gli ultimi indumenti della giornata: il reggiseno di pizzo, la giarrettiera che si abbandona come una corda con la quale poter afferrare ogni singola emozione.

I tuoi slip sono a terra e tracciano l’ultimo sentiero percorso, quello che delinea ogni passo di una inibizione lasciata cadere. Le scarpe invece, astutamente, le indossi ancora; una scelta forse studiata e non lasciata di certo al caso.

Sei timida, è vero, ma adesso sento che hai voglia solo di libertà estrema, solo voglia di lasciarti andare, di eccedere, di sentirti solamente mia, infinitamente mia.

E ora lo sei.

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Desiderio

Qualche volta penso che il desiderio sia un’onda inafferrabile, un transitorio che passa sul corpo finendo per placarsi prima ancora d’essere accolto – perché?

Il tempo vissuto ha modificato molte cose, sono portato a pensare che oggi ci sia certamente un miglior equilibrio emotivo, ma conseguentemente la stessa severità verso le mie impressioni non mi permette di restituire libera esplosione all’impulsività – sarà poi sbagliato?

Oppure è solo questione di tempo scontato, di banalità e di prevedibilità; l’anticipazione delle mosse altrui deruba tutta la sensazione di mistero, di quell’incertezza che affascina, di rischi che mantengono in tensione l’attesa, fattore davvero determinante nel desiderio – sarà questo dunque?

Le persone hanno dimenticato come si desidera, bruciando l’attesa e imponendo da subito avvertimenti risolutivi che possano promettere compimento degli scopi desiderati. Forse esiste proprio l’abitudine dell’arrivare rispetto al piacere di godere del percorso, forse proprio perché il desiderio stesso è vissuto male, con disagio e ansietà… e l’arrivo costituisce proprio la cima che apre lo sguardo verso una sensazione di pace e completezza – ma se il percorso poi è tanto breve e così immediato, il desidero dove potrà mai essere alimentato?

Paradossalmente quella stessa incertezza che a molti crea trepidazione e preoccupazione per me costituisce elemento di fantasia ed aspirazione… di piacere di conquista e dunque di ‘desiderio’.

C’è anche da aggiungere che sono un realista e su questo proprio non posso farci nulla; la realtà per me è concreta, oggettiva… e su questo la mia visione non è quasi mai quella di altre persone. Fatico a farmi incantare dall’illusione, fatico a credere nell’idea rispetto a quanto ho bisogno di vita percepibile, di quella ordinaria che mi ruota attorno in ogni attimo. No, non sono un buon sognatore, né di notte né tanto meno di giorno. Semmai sogno per me è considerabile come ambizione, un proposito di un’idea – sarà dunque tutta colpa del mio lavoro?

Possibile, non lo escudo.

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Imprinting

Sono cresciuto all’interno di un negozio di parrucchiere per signora, viale delle Formaci, Roma. Ricordo le donne in camice rosa, gli odori delle lacche, il rumore del fono e i colori dei bigodini con cui giocavo.

Ricordo quando tiravo loro il grembiule, le voci che chiamavano per il mio nome, al diminutivo… e le clienti che mi sollevavano di peso per sorridermi con quei visi incipriati e manicure appena fatte – stili di inizi anni settanta.
Il mondo femminile mi ha sempre affascinato, trattiene in se tutti i particolari che visivamente mi compiace accogliere.
E’ un mondo accattivante e ne vale sempre il desiderio di esplorarlo – che male c’è?
Lo faccio comunque con distacco, con una separazione emotiva che non sempre viene compresa ed accettata; le pulsioni attrattive di questo universo sull’uomo si fanno pungenti, colgono e mettono in tensione sempre il nervo più libidinoso, diversamente il pieno controllo di un distacco, mi permette di anatomizzare questo universo, cogliendone sfumature, suoni e anche piaceri.

Da adolescente, mia madre trasferì il suo negozio da parrucchiera sotto la nostra abitazione; le sue clienti attraversavano un cortile per recarsi dall’ingresso, pochi passi dal giardino al negozio.

Le conoscevo quasi tutte, erano più di quattrocento, ma nella quantità a me piacevano in particolare quattro.

Entravo di nascosto in negozio verso l’ora di mezzodì, tutti erano in pausa. Consultavo l’agenda degli appuntamenti settimanali per annotare alla mente in quale giorno e a quale ora fossero passate. La signora Saveria, Rita Vespa, Anna e quella che chiamavano ‘la Professoressa, era anche il sopranome riportato settimanalmente in agenda.
In cantina, lungo l’intercapedine umida, una piccola finestra dava sul terreno del cortile e da quel nascondiglio, per il breve tratto di strada, potevo osservare le gambe di queste clienti transitare verso l’ingresso del negozio. Era un percorso breve, cinque forse sei passi prima che una di loro salisse i tre gradini.

Proprio in quell’ultimo istante la posizione poteva essere ancora più ottimale, ma la frazione di secondo era minima. Solo alcune volte sono riuscito a scorgere l’accenno di un ricamo sull’orlo della Professoressa.

Non ricordo quando ho smesso questo rito, forse quando ho iniziato ad avere maggiori possibilità di osservazioni dirette sulle donne.
Ma il ricordo di quel diversivo mi riempie di simpatia, leggerezza e di nostalgia.

Prima fila

Immaginarti a cavallo di un fremito per essere rubata al desiderio di un attimo.
Impossibile regalare altro tempo ai vincoli portati; cerniere, cinture, lacci ben congiunti che non frenano in ogni caso il tuo avanzare sicuro.

A quattro mani sul tavolo ti avvicini combattendo con le aderenze e poi con il pensiero ti ritrovi denudata in un attimo.

Sollevi la gonna, immobilizzandomi con occhi; non hai più riserbo alcuno, svincolata dal riguardo, briosamente sottomessa ai sensi. Un placido sorriso a labbra semiaperte, non dissuadi più lo sguardo altrove intimidito; ora mi fissi, ora mi cerchi, ora mi vuoi.

Vuoi che io ti ammiri, mentre avanzi con le mani lungo le colonne nivee a cavare il lembo della tua biancheria, per calarla gradualmente, senza fretta alcuna.

Ma ad assecondare quel tessuto ricamato, la tua gonna, crolla, come un sipario su un primo atto, senza rivelare l’epilogo smaniato…

E’ così che rivedi il finale a riprova della tua infallibile direzione artistica – ti avvicini nuovamente e in ginocchio, seduta sul mio corpo, innalzi il sipario lentamente, ancora una volta…

…ora sono spettatore in prima fila.

Open at your own risk

Per l’occasione avevo comprato un pensiero per te. Era un capo di intimo.

Avevamo ironizzato più volte su questo possibile regalo e azzardavamo con allegria a questa possibile trasgressione.
Una fantasia realizzabile, lecita, la più raggiungibile tra le tante altre fantasticate su di te che riservavano a differenza momenti di estrema audacia.

Il gesto era dolce e intimo, racchiudeva in sé tanti significati, e così profondi.

In particolare mi veniva da pensare a due concetti: La confidenza che avevamo raggiunto era davvero esclusiva, irripetibile. E il secondo pensiero, a quanto fosse importante il mio farti sentire sempre innegabilmente desiderata.

Stavo per consegnarti le vesti del mio piccolo sogno.

Nello poco spazio avanti a noi, nei pochi metri di parcheggio, attraverso il varco delle portiere che ci occultavano da occhi estranei, mi affrettavo a consegnarti la busta con il mio pacchetto. Un po’ per la voglia di vedere il tuo viso sbalordito e compiaciuto, un po’ per la sciocca paura del dimenticare tutto in auto; pensavo alle possibili conseguenze se il regalo fosse finito per distrazione in mano sbagliate. Le solite paure.

Rimanevi meravigliata ed emozionata nel ricevere questo pensiero.

Saliti all’interno dell’auto, scartavi il tuo regalo con dedizione, con le mani che tremavano come sempre in tutte quelle volte che ci incontravamo.

E tremavano anche gli occhi… le palpebre dall’emozione si socchiudevano con un tremolio che non trattenevi e che diventava ogni volta peculiarità del tuo viso. Mi piaceva quando facevi così, perché si leggeva quello sforzo che tratteneva il batticuore, e anche se volutamente avessi voluto nascondermelo, era un tentativo poco riuscito; io preferivo che non lo vincessi ogni volta quel turbamento.

Quando gli occhi li riaprivi, mi guardavi – erano sempre chiari e lucidi.

La scatola che racchiudeva il completino, portava una scritta ironica in inglese: – apri a tuo rischio. – Sorridevi nel leggerla, ma di rischi ne potevamo commettere ben altri da quel momento….

Non abbiamo più nulla da rischiare ora.

Davvero più nulla… nessun rischio, nessun tremolio del ciglio, nessuna più emozione.

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Le scale

Quando ci si appassiona di un desiderio inavvicinabile, le proprie certezze decadono ritrovandosi in una situazione d’indefinito… d’incerto. E così malgrado sia una persona sicura di me, ultimamente, barcollo tra un’apprensione non definita, di cui non ho conoscenza neppure della fine ultima.

Le scale che portano in mansarda sono di noce, i gradini ripidi ed il passaggio è largo solo poco più di settanta centimetri.
Mi precedi con un tacco che fa suonare il legno del primo gradino; al quinto le pieghe plissettate della gonna s’incurvano lasciando margine di veduta all’avvallamento superiore delle tue gambe. Io sono ancora al primo, con i ricami che mi arrivano quasi alla gola.

Non intendo se perdo l’equilibrio per questo, ma inciampo in un gradino di turbamento, la pianta in cuoio della scarpa batte un colpo di caduta, ti allarma in uno scatto tempestivo per esclamare – attenzione! –

Nella stessa istantanea fisso l’attenzione di quel tuo movimento
fulmineo, che trasforma in un’elica il lembo di stoffa plissettata, prendendo il volo in alta quota e svestendo ancora una volta gli estremi della tentazione.

Rimango in ginocchio, non so se ferito fisicamente od emotivamente, ma riconosco tutta la fragilità di questo disequilibrio e di tutte le volte che ho perduto sostegno in una qualsiasi tua manifestazione involontaria, seduttiva.

Rimango in ginocchio, sorreggendomi con una mano sul corrimano e accorgendomi che l’altra mano si è sorretta involontariamente alla tua caviglia, smagliando un poco la tua calza scura.

Una stretta troppo forte di concitazione.

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Fotografarti

A te piaceva farti fotografare, erano pomeriggi d’estate di un caldo boccheggiante.
Ti vestivi poco, abitini a fiori, trasparenze di luce lasciavano percepire la pelle, barlumi sui capelli rame e riverberi di chiaro sul tuo volto sereno.

Ti piaceva metterti in posa per gioco ed io che incalzavo per vederti più naturale. Per questo, in alcuni istanti, fingevi di non osservarmi ed io che t’impressionavo su pellicola, allegra nella tua finzione alla spontaneità, istantanee di menage fermate velocemente – negativi in bianco e nero… dove saranno? Fotografie sviluppate e adesso disperse in scatole chiuse del tuo ultimo trasloco.

– Stai fermo e fotografami senza toccarmi, fai il professionista e guardami.. sono impalpabile, scrutami.. cercami… ed amami con gli occhi… cambiami, fammi bella, fammi diventare un frammento della tua espressione, fammi essere leggera, fammi essere vanitosa, fammi essere tua… –

Ed io scattavo, ansimando scattavo, afferravo la tua luce e mi pulsavano le vene… sentivo qualcosa di estraneo fluire nei capillari…

…forse era così… forse nel mio sangue, in quel momento, scorreva tutta la tua irrefrenabile tentazione. Era il desiderio, principio di ogni compiacimento.

 

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Coniugazioni verbali

Quello sarebbe stato l’unico modo e l’unico tempo.

Niente imperfetto, che già contiene l’errore nel nome.

Non voleva il vincolo di un condizionale o l’ipotesi di un congiuntivo ormai in disuso.

Aveva vietato trapassato remoto e passato prossimo con le loro commemorazioni e i loro rimpianti, bandito l’ansia di un futuro fatto per costruire e l’uso dispotico dell’imperativo.

–La baciò all’indicativo presente, come se dovesse durare per sempre, e quel bacio le restò dentro per l’eternità. –

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